Scimmie clonate. «Colleghi scienziati, attenti a non sentirvi degli dei»

Contrappunto a chi ha salutato con entusiasmo il risultato ottenuto dagli scienziati cinesi. Parlano i genetisti Dallapiccola e Coviello

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

La notizia delle due scimmiette clonate, Zhong Zhong e Hua Hua, ha fatto il giro del mondo. Un’équipe di scienziati del Chinese Academy of Science Institute of Neuroscience di Shangai è riuscita a clonare in laboratorio una coppia di macachi. «Non è una fake news – spiega a tempi.it Bruno Dallapiccola, genetista e direttore scientifico dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma – perché è stata pubblicata su una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo, Cell. Si tratta di uno degli eventi biotecnologici più importanti degli ultimi anni ed è reale se pensiamo che, dopo vent’anni dalla clonazione della pecora Dolly, si è superata la barriera che impediva la clonazione dei primati non umani».
«Si tratta di un notevole passo avanti rispetto a Dolly – aggiunge, parlando con tempi.it, Domenico Coviello, direttore del Laboratorio di genetica umana al Galliera di Genova -. La tecnica utilizzata è la medesima: trasferire il nucleo di una cellula dell’individuo da riprodurre in un ovulo non fecondato e privato del suo nucleo. Come si ricorderà, nel caso della povera pecora ci si era dovuti scontrare con l’invecchiamento precoce dell’animale. Nel caso delle due scimmie, si è riusciti a creare due femmine identiche dal punto di vista genetico. Gli scienziati cinesi sarebbero stati in grado di “disattivare” con interruttori molecolari specifici i geni che impedivano lo sviluppo dell’embrione nel nucleo trapiantato».

UN PO’ DI CAUTELA. Se dunque si può vedere, almeno per il momento, un progresso scientifico, tuttavia permangono alcune domande. «Avendo in mano uno strumento di questa portata – dice Dallapiccola -, dobbiamo sollevare alcune riflessioni di tipo etico. Sono gli autori stessi dell’articolo a spiegare che abbiamo bisogno della nomina di esperti a livello internazionale per discutere come regolamentare la ricerca sui primati non umani».
«Inoltre occorre mettere in rilievo altri aspetti della notizia – nota Coviello -. Innanzitutto va tenuto conto che Zhong Zhong e Hua Hua sono le uniche due nate in un gruppo di 79 embrioni clonati. E, secondo, stiamo parlando di due animali che hanno sei e otto settimane di vita. Un arco temporale troppo breve per trarre conclusioni». Il genetista predica cautela: «Otto settimane sono davvero poche. Occorre un periodo di osservazione più lungo per determinare che non vi siano complicazioni». La fretta è cattiva consigliera, prosegue Coviello, «sia per una ragioni di rigore scientifico – pensiamo solo a quanti controlli si debbano fare sui farmaci, perché con la clonazione siamo così precipitosi? – sia per ragioni di ordine morale. Troppo spesso, infatti, notizie di questo tipo inducono le persone a illudersi che la scienza sia vicina a trovare soluzioni alle malattie più gravi e incurabili. È un errore che la comunità scientifica e quella dei media non possono permettersi di correre»

CHI SAREBBE COSÌ SCELLERATO? La notizia è stata salutata da molti con entusiasmo: saremmo ormai a un passo dalla clonazione umana. «Io credo – smorza gli entusiasmi Dallapiccola – che non sia un obiettivo raggiungibile in tempi brevi. Allo stato attuale, la clonazione, siccome si riprogramma il genoma, ha degli aspetti ancora largamente non compresi. Dal punto di vista pratico, credo che nessuno si assumerebbe mai la responsabilità di clonare un uomo, con tutti i rischi che ne derivano. Non ne vedo poi l’utilità, perché l’evoluzione ci ha insegnato che la variabilità e la differenza tra le persone è la forza che ci consente di vivere meglio. La clonazione è contro la variabilità per definizione e quindi non è una buona ricetta. Giusto tenere gli occhi aperti, ma mi domando chi sarebbe cosi scellerato da fare clonare l’uomo».

IN CINA SI FA DI TUTTO. Eppure sottotraccia la tentazione si coglie. Bastava leggere i commenti apparsi ieri su alcuni quotidiani. Il pericolo di sentirsi un po’ degli dei, c’è o non c’è? «La conoscenza scientifica non può essere fermata», dice Coviello. «Sarebbe illusorio, oltre che sbagliato, mettere un freno al desiderio umano di sapere sempre di più, capire di più, addentrarsi nei misteri della natura. Ma, al tempo stesso, ogni scienziato sa che ogni scoperta ci rende ancora più consapevoli della nostra ignoranza. È il paradosso della ricerca: più scopri, più comprendi di non sapere. In secondo luogo, l’uomo di scienza non può non interrogarsi sulle conseguenze delle sue scoperte, sul loro utilizzo». Coviello, dunque, un problema lo avverte: «In Cina, grazie anche ai grandi capitali messi a disposizione, si fa di tutto, senza alcuna remora né scientifica né morale, ma io mi chiedo: è giusto? Dopo la scimmia artificiale, cosa ci impedisce di avere il primo uomo artificiale? Sì, io vedo in alcuni colleghi scienziati questa tentazione: sentirsi i nuovi dei».

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •