La violenza del dogma queer sui ragazzi. Lo scandalo dei campi estivi nei Paesi Baschi
Se una quattordicenne andasse dalla sua insegnante a raccontare che il prete o l’educatore dell’oratorio l’ha costretta a fare la doccia nuda con lui e con altri coetanei, cosa accadrebbe? Se un quattordicenne confidasse ai genitori che in colonia sorveglianti adulti lo obbligavano a spogliarsi, lavarsi insieme a loro o succhiare l’alluce di un animatore in cambio della merenda, quale sarebbe stata la reazione?
Quasi nulla, se ci troviamo nei Paesi Baschi e se parliamo di culto queer. I fatti: diversi minori tra i 13 e i 15 anni sono ricorsi a sostegno psicologico dopo il ritorno dai campi estivi di Bernedo (Álava), svoltisi dall’8 al 23 agosto, dove sarebbero stati costretti a esibirsi nudi sotto lo sguardo di sorveglianti e coetanei. È la denuncia presentata da famiglie di Biscaglia, Álava e Gipuzkoa al sito del quotidiano online El Común, dopo che istituzioni e organizzatori avevano ignorato i reclami. Solo in seguito alle pubblicazioni l’Ertzaintza, la polizia basca, ha ammesso di avere aperto un’indagine e i giornali hanno iniziato a occuparsene. Secondo i genitori, gli animatori obbligavano i ragazzi a fare la doccia tutti insieme, con la giustificazione che dividere per sesso avrebbe potuto “categorizzare” chi non si riconosceva né come maschio né come femmina. E non solo.
Paesi Baschi: lo scandalo dei campi estivi transfemministi
Madri e padri hanno scoperto che l’indagine sul campo estivo di Bernedo risale allo scorso inverno: nel gennaio 2024 tre minori in affido denunciarono alla polizia di Zarautz possibili aggressioni sessuali subite durante le colonie. La polizia basca trasmise il caso al Tribunale n. 3 di Vitoria-Gasteiz, ma il fascicolo rimase bloccato, e la Procura dei Paesi Baschi sostiene oggi di non aver ricevuto alcuna comunicazione. A livello istituzionale, il Consiglio provinciale di Gipuzkoa decise di non inviare più minori al campo, senza però avvisare gli altri consigli.
Così, le colonie del 2025 si svolsero normalmente, finché nuove denunce di giovani e famiglie, presentate ad agosto e a fine settembre in diverse stazioni di polizia (Laudio, Vitoria-Gasteiz, Deba-Urola), ma soprattutto la denuncia di El Comùn portarono finalmente il caso alla luce. Oggi il tribunale di Vitoria ha convocato tre presunte vittime del campo estivo di Bernedo per testimoniare.
Gli Euskal Udalekuak, i campi estivi organizzati dall’associazione Sarrea Euskal Udaleku Elkartea, esistono da più di cinquant’anni: strutture comunali autogestite, centinaia di bambini seguiti da educatori volontari. Parola d’ordine: autogestione, lingua basca, e a Bernedo – secondo le accuse – docce miste, educatrici in topless per le vie del paese (poco più di 500 abitanti), camere e bagni condivisi. Tutto in nome della lotta agli stereotipi, della creazione di spazi sicuri per corpi e identità e della diffusione dei valori transfemministi.
«Uno dei giochi era succhiare l’alluce di un educatore»
«Uno dei giochi per ottenere uno spuntino era succhiare l’alluce di un educatore», ha scritto Zuriñe Ojeda, direttrice di El Común e vicepresidente del Partito femminista in Congresso. È stata lei a pubblicare i due articoli che hanno fatto esplodere lo scandalo. La prima denuncia è arrivata dalla madre di una quindicenne, rientrata sconvolta: «Circa ottanta ragazzi e ragazze erano divisi in due grandi stanze e due bagni comuni con docce aperte. Le stanze erano miste, i bagni pure, e le docce obbligatoriamente nude “per non categorizzare”. Le proteste di molte ragazze e di alcuni ragazzi, così come le richieste di fare la doccia in costume, sono state respinte […] Nemmeno alle piscine comunali, quando ci andavano, era permesso usare spogliatoi separati. Gli specchi erano inutilizzabili, ridipinti. Su uno di essi era raffigurata una donna a gambe spalancate con la scritta “On Egin” (buon appetito)».
Contatti con le famiglie vietati, anche in caso di malattia. Una ragazza con una distorsione alla caviglia non ha potuto avvisare i genitori. El Común ha raccolto testimonianze persino su un episodio di molestie sessuali tra adolescenti, con la vittima obbligata dagli animatori a farsi la doccia nuda accanto al ragazzo che l’aveva aggredita.
Nudità imposta, isolamento e molestie ignorate
Le risposte ufficiali dell’associazione alle richieste di spiegazioni dei genitori, pubblicate da Ojeda, sono state queste: «Non crediamo nella divisione di genere. Crediamo nell’educazione femminista ed egualitaria, e la separazione esclude corpi e identità diverse. Per questo applichiamo la stessa filosofia nelle docce e nelle camere». Sulle molestie: «Siamo preoccupati e disposti a discutere, ma siamo un gruppo di volontari che decide in assemblea: serve tempo per prendere decisioni condivise».
Secondo Ojeda, «non solo ottanta adolescenti, già esposti alla pornografia, sono stati costretti a spogliarsi in nome di un disagio trans inesistente, ma gli educatori hanno ignorato episodi di molestie e isolato i ragazzi dalle famiglie». È stata Ojeda a scoprire che episodi simili si sarebbero verificati anche nelle estati precedenti. Tutto con fondi pubblici: i consigli provinciali di Álava e Guipúzcoa finanziano gli udaleku, pur definendoli “iniziative private” di cui oggi non si ritengono responsabili. Il ministro della Sicurezza basco, Bingen Zupiria, ha risposto alle accuse del Partito Popolare sostenendo che sì, la polizia indagava su «incidenti in un edificio a Bernedo» ma che non si trattava di «un centro educativo né di un campo registrato».
L’assurda difesa: «Aggressioni transfobiche. Le docce normalizzano i corpi»
Gli educatori si difendono parlando di «aggressioni transfobiche» e «messaggi d’odio» diffusi sui social e sui media «a causa delle docce miste». Attraverso un comunicato hanno rivendicato il loro progetto: «Valori transfemministi, spazi sicuri per tutte le identità e tutti i corpi, coeducazione, rottura degli stereotipi». Le docce, spiegano, «sono un luogo per normalizzare i corpi, rompere stigmi e liberarci dalla vergogna e dalla sessualizzazione». Nella loro prospettiva, i bagni separati «sono strumenti del binarismo di genere», mentre l’obiettivo è «creare ambienti misti più vivibili, proteggere i giovani dalla violenza, desessualizzare la nudità». Nessuno, sostengono, sarebbe stato obbligato a spogliarsi, e sarebbero state offerte «alternative personalizzate» a chi non se la sentiva.
Lidia Falcón, storica femminista espulsa da Izquierda Unida per essersi opposta alla Ley Trans, ha scritto su El Común: «Come giurista e femminista devo ricordare l’ovvio, anche se sembra incredibile doverlo fare: gli adolescenti tra i 13 e i 15 anni, affidati alla custodia di un adulto, non possono acconsentire alla nudità davanti al sorvegliante. Ne soffrono, e qualsiasi richiamo alla “scelta” in un contesto così verticale equivale a coercizione. Il fatto che nel XXI secolo si debba ancora ripeterlo mostra fino a che punto il relativismo postmoderno abbia corroso il buon senso e la tutela dei minori. Fortunatamente non siamo più soltanto di fronte a un dibattito culturale, ma a un’indagine di polizia che deve arrivare fino in fondo».
Lidia Falcón: «Non è educazione, è violenza simbolica e materiale»
Falcón ricorda anche che nel consiglio direttivo dell’associazione Sarrea Euskal Udaleku Elkartea, che gestisce il campo di Bernedo, figura Aner Peritz Manterola, detto Aner Euzkitze, nemico dichiarato di quello che definisce “essenzialismo di genere”. Uno che qualche mese fa firmava un articolo in difesa di una pedagogia esplicitamente queer nelle scuole, fondata su una “politica del corpo” che nega il sesso come realtà materiale e dissolve i confini tra intimità e spazio pubblico.
I fatti denunciati dalle famiglie e documentati da El Común restano però inequivocabili. «Gli organizzatori li hanno impacchettati con l’etichetta della “normalizzazione corporea” e dell’“educazione transfemminista”. Tradotto: esposizione degli adolescenti alla nudità degli adulti responsabili, accompagnata da una narrazione che colpevolizza i genitori se si indignano e accusa i ragazzi stessi di arretratezza se provano disagio. Questa non è educazione, è violenza simbolica e materiale. Nessuna retorica può nasconderlo».
«Abbiamo visto questo film troppe volte: quando il dogma prende il posto della ragione, a pagare è sempre l’anello più debole», conclude Falcón. Sostituire con il pretesto della pedagogia queer la parola “abuso” con “cura”, “pedagogia” o “depatologizzazione” non è un esercizio teorico: è un abuso di potere. E non c’è spazio, qui, per silenzi o eufemismi.
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