«Sánchez? Un disastro. La Spagna è più povera, più polarizzata e più debole»

Di Carlo Marsonet
07 Ottobre 2026
Tra aumenti delle imposte, crescita del debito pubblico e scandali giudiziari, l’ex premier socialista lascia solo macerie. «Se punta sugli aggettivi e non sui risultati c’è un motivo». Intervista a Diego Sánchez de la Cruz, direttore delle ricerche dell’Istituto Juan de Mariana
Il premier socialista della Spagna Pedro Sánchez parla in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri
Il premier socialista della Spagna Pedro Sánchez parla in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri (foto Ansa)

L’ultimo idolo della sinistra italiana ha appena preso atto della crisi politica del suo Paese dimettendosi. Il premier spagnolo socialista Pedro Sánchez ha infatti indetto elezioni anticipate per il 29 novembre. Ora si aprono le consultazioni per capire alleanze, margini di coalizione, programmi. Quali sono le prospettive? Ne parliamo con Diego Sánchez de la Cruz, direttore delle ricerche dell’Istituto Juan de Mariana e uno degli autori più rilevanti della Spagna.

Direttore, il premier spagnolo si è dimesso a causa della bocciatura di due decreti per alleviare la crisi abitativa, poi approvati ieri. Cosa prevedono nel concreto? Sánchez ha sostenuto che si tratta di «misure coraggiose» utili «agli interessi degli spagnoli»: è così?
I decreti hanno prorogato fino al 2030 la moratoria sugli sfratti e vietato per due anni ai fondi di investimento di acquistare abitazioni. Hanno inoltre reso quasi impossibile per i proprietari porre fine a un contratto di locazione senza corrispondere all’inquilino un indennizzo pari a dodici mensilità di affitto. Quasi immediatamente, migliaia di annunci sono stati ritirati dai portali immobiliari online. Si tratta del solito interventismo che ha creato, in primo luogo, la carenza di abitazioni. Alla Spagna mancano 850 mila case rispetto al suo fabbisogno e ogni nuovo livello di regolamentazione ha ulteriormente ridotto l’offerta di immobili in affitto. Penalizzare i proprietari non serve a costruire nuove abitazioni. Liberalizzare l’uso dei terreni, accelerare il rilascio dei permessi, ridurre le imposte e garantire la certezza del diritto, invece, contribuirebbe a farlo. Ed è esattamente l’opposto di ciò che rappresenta Sánchez.

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Vi sono margini per la formazione di due coalizioni opposte unitarie?
La Spagna andrà direttamente alle urne il 29 novembre e la campagna elettorale si configurerà come uno scontro tra due blocchi. Da una parte ci sono il Pp e Vox, che secondo i sondaggi potrebbero ottenere una solida maggioranza. Dall’altra ci sono il Psoe, la sinistra di Sumar e Podemos e diversi partiti separatisti. Questi ultimi potrebbero risultare decisivi qualora la destra non riuscisse a raggiungere la maggioranza. Tuttavia, a meno di un cambiamento senza precedenti negli orientamenti dell’elettorato durante la campagna, Pp e Vox sembrano avviati verso la conquista della maggioranza.

Veniamo appunto ai singoli partiti. Il Psoe viene dato, secondo recenti sondaggi, tra il 24 e il 27 per cento. Il blocco radicale Sumar, che comprende diverse formazioni politiche al suo interno, tra il 5 e il 7 per cento. Si spingeranno ancora più a sinistra, cavalcando le proteste sulla casa?
Sánchez condurrà la campagna elettorale sul tema della casa, facendo leva su una narrazione morale che contrappone “fondi” e “speculatori” alle fasce più vulnerabili. Il Psoe ha già fatto proprio gran parte del programma della sinistra radicale, per cui non si tratta tanto di una svolta quanto di un’accelerazione. Sumar, a guida comunista, è frammentato e compete con il suo ex alleato Podemos per lo stesso spazio politico, peraltro sempre più ristretto. Il paradosso è che la loro agenda sulla casa, che intendono porre al centro della campagna elettorale, ha direttamente aggravato il problema che sostiene di voler risolvere. Ovunque siano stati introdotti controlli sugli affitti, i canoni sono aumentati e il numero degli immobili disponibili sul mercato è diminuito. Le proteste per la casa sono reali, ma nascono da una scarsità che lo stesso interventismo ha contribuito a produrre.

Protesta in Spagna contro la crisi abitativa a Puerta del Sol, Madrid
Protesta in Spagna contro la crisi abitativa a Puerta del Sol, Madrid (foto Ansa)

Il Pp viene invece dato sopra il 30 per cento e Vox intorno al 18 per cento, avvicinandosi e forse superando il 50 per cento complessivo dei voti. Riusciranno a costituire una piattaforma programmatica allineata? Vedremo una spruzzata di liberalismo o è un’utopia? 
Governano già insieme in diverse regioni, per cui una piattaforma comune è certamente possibile. Riduzione delle tasse, certezza del diritto e superamento dei danni istituzionali provocati da Sánchez sono elementi che li accomunano. Una spruzzata di liberalismo è qualcosa di più di una semplice utopia. Il modello Madrid, fondato su bassa tassazione, deregolamentazione e crescita, rappresenta il principale punto di riferimento del Pp. Vox probabilmente spingerà per riforme più ambiziose, mentre il Pp tenderà verosimilmente a mantenere un approccio più prudente e tecnocratico.

Dopo otto anni di governo, Sánchez, in sintesi, cosa lascia in eredità?
Il reddito pro capite dei lavoratori a tempo pieno è diminuito del 4 per cento, compresso da 141 aumenti delle imposte e dall’inflazione crescente. La produttività è rimasta pressoché stagnante, mentre gli investimenti esteri sono inferiori del 50 per cento rispetto a prima dell’insediamento di Sánchez. Il debito pubblico si aggira intorno al 100 per cento del Pil, frenando la crescita e sottraendo risorse al credito privato. La casa è diventata economicamente inaccessibile per un’intera generazione. L’eredità sul piano istituzionale è persino peggiore. Il governo è stato travolto da decine di scandali di corruzione che hanno coinvolto anche la famiglia dello stesso primo ministro e alcuni dei suoi più stretti collaboratori, alcuni dei quali sono già stati condannati a pene detentive. Sánchez lascia una Spagna più polarizzata, più povera rispetto al resto d’Europa e più debole come Stato di diritto.

Le dichiarazioni dell’ormai ex premier sulla sua piattaforma «pacifista» e «femminista», a favore della giustizia sociale e motore della crescita economica e, per contro, sulla «peggiore opposizione della storia spagnola», cosa indicano?
Queste dichiarazioni rivelano più una strategia che un bilancio di governo. Sánchez ha sempre governato facendo leva sulla polarizzazione, costruendo un “muro” tra una Spagna ritenuta progressista e tutti gli altri, in modo che ogni battuta d’arresto possa essere attribuita alla responsabilità altrui. Etichette come “pacifista” e “femminista” sono marcatori identitari di carattere morale, pensati per mobilitare la propria base elettorale, e la definizione di «peggiore opposizione della storia» risponde alla stessa logica. È significativo che la sua sconfitta in Parlamento non sia arrivata per mano del Pp, bensì di Junts, un suo ex alleato. Quando un leader conduce la propria battaglia politica facendo leva sugli aggettivi anziché sui risultati, generalmente significa che quei risultati sono difficili da difendere.

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