Sako: Non basta condannare il terrorismo islamico. Bisogna fermare chi lo finanzia e lo giustifica

Partecipando a un convegno con il presidente della Repubblica, il patriarca dei caldei ha detto che «le religioni sono le vere vittime, perché stanno morendo cristiani, musulmani, sabei, yazidi, arabi, curdi»

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iraq-shutterstock_223182262Articolo tratto dall’Osservatore Romano – «La condanna in sé non è abbastanza. Bisogna cominciare a porre in atto i rimedi, partendo dal bloccare le risorse finanziarie all’estremismo e al terrorismo. E smantellare questa terribile cultura, i suoi teorici e i suoi sostenitori, dando vita a una nuova cultura, aperta e positiva, che rispetta le diversità e le visioni differenti». È quanto ha sottolineato il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël i Sako (nella foto sotto al convegno di Tempi, ndr), intervenendo a un simposio organizzato nei giorni scorsi a Baghdad, nel contesto della Settimana dell’armonia fra le religioni. Per il patriarca — riferisce AsiaNews — è necessario cambiare il programma di insegnamento della storia e della religione nelle scuole, e non solo, valorizzando l’elemento positivo e l’importanza del rispetto che è contenuto all’interno di ciascuna fede. «Dobbiamo essere uniti — ha spiegato Sako — e fare qualcosa prima che sia troppo tardi».

sako-incontro-tempiAl simposio hanno partecipato anche il presidente della Repubblica irachena, Fuad Masum, il primo ministro Haidar Al Abadi, il presidente del Parlamento, Salim Al Joubour, deputati, ministri e ambasciatori.

Nel suo intervento, il patriarca di Babilonia dei Caldei ha criticato duramente coloro che sfruttano la religione per finalità criminali e terroristiche: «Si tratta di azioni violente e dobbiamo smettere di dire che sono fatte in nome di Dio, perché Egli dice che non dobbiamo uccidere, non dobbiamo rubare. Le religioni — ha avvertito — sono le vere vittime, perché stanno morendo cristiani, musulmani, sabei, yazidi, arabi, curdi». Per Sako, è tempo di respingere la cultura della morte, mettere fine a conflitti e disaccordi, diventare promotori di una vera riconciliazione che «possa salvare il Paese e il suo popolo» da uccisioni, migrazioni, ruberie di beni personali e distruzione di infrastrutture.

Nei giorni scorsi aveva inviato una lettera pastorale ai fedeli iracheni esortandoli a «restare uniti», ad «amare la nostra Chiesa e lottare per la sua rinascita e per contribuire alla sua risurrezione».

Sul piano spirituale la lettera si sofferma a considerare le sofferenze della comunità: «è un periodo difficile per la Chiesa, ma di sicuro essa uscirà più forte e più pura». E facendo riferimento alla recente consacrazione di due nuovi vescovi, il patriarca spiega che si tratta di «un segno di rinnovata speranza per la Chiesa caldea. In questo momento dobbiamo restare vicini agli sfollati di tutte le denominazioni, che stanno soffrendo, sono preoccupati e spaventati. Usiamo tutte le nostre risorse per rafforzare il loro spirito e per nutrire la speranza nei cuori. Il male non ha futuro. E di certo la tempesta passerà».

«Noi — prosegue la lettera — siamo qui oggi, con la nostra esperienza e la nostra fede, quali agenti di cambiamento e testimoni attivi di speranza. Siamo guardiani della nostra missione. Stiamo portando una storia e un messaggio. Non perdiamo questa opportunità. Pregate per la Chiesa, per la pace in Iraq e nella regione, e per il bene dei nostri fratelli e sorelle sfollati, per il loro rapido ritorno alle loro case».

Intanto, fonti di Ankawa.com a Mosul riferiscono che i miliziani del cosiddetto Stato islamico (Is) hanno aperto uno “speciale mercato”, nel quale vengono messi in vendita beni e oggetti appartenenti ai cristiani, abbandonati durante la fuga e finiti nelle mani dei terroristi. Gli oggetti sarebbero stati presi all’interno delle abitazioni, ora occupate da famiglie musulmane. Vi sarebbero anche beni e oggetti sacri rubati dalle chiese della città. Testimoni riferiscono che il mercato si chiama Spoils of Nasara (il bottino dei cristiani) ed esporrebbe televisori, frigoriferi, apparecchi elettrici e altri oggetti di largo consumo.

Foto Iraq da Shutterstock

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