Ryan: «Non siamo vittime delle circostanze. Insieme possiamo farcela»

Tutti si aspettavano parlasse di temi della vita. Invece il repubblicano Ryan ha presentato una ricetta pragmatica per sfidare Obama, facendo riferimento alla sua storia personale e alla propria fede.

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Il discorso del vice di Mitt Romney, Paul Ryan, a Tampa ha marcato la vera differenza tra il piano repubblicano e l’amministrazione di Obama. E ha rivelato su cosa punterà il partito per battere Obama a novembre. Tutti si aspettavano che il giovane rampollo del Gop si soffermasse sui temi della vita e sui valori della base popolare. Quella che si dice sia più distante da Romney e per cui sarebbe stato chiamato al suo fianco. Invece Ryan ha spiegato da dove viene la sua ricetta economica: “Il Piano per la prosperità” di 99 pagine che lo hanno reso un’alternativa credibile ai democratici, contro la nuova conduzione statalista, prima sconosciuta agli Stati Uniti d’America. Che ha solo «sperperato soldi» e creato «più debito di tutti  gli Stati europei insieme». Una conduzione che per il giovane repubblicano non è fatta solo di debiti, ma di un clima che fomenta rassegnazione al potere e perdita della libertà.

UN MODELLO INCARNATO. Il modello proposto da Ryan, a differenza di quello di Obama, non è il cambiamento e nemmeno un sogno. Ma è la restaurazione della tradizione, che attraverso il sacrificio dei suoi uomini ha reso gli Stati Uniti una potenza mondiale. E la forza di Ryan è che lui stesso incarna questo modello. Perciò ha raccontato di sé, che orfano di padre a 16 anni incominciò, come ha rivelato in un’intervista al New Yorker, a farsi domande sul senso della vita e a capire che si trattava di una cosa seria: «Potevo scegliere: o annegavo o cominciavo a nuotare». Ed è questo che il giovane rampollo ha proposto agli Usa. Di scegliere di nuotare. E sempre per questo, anche se Obama ci dice «di aspettare, come se fossimo bloccati, vittime delle circostanze fuori controllo, con il governo lì ad aiutarci a far fronte al nostro destino», quello che Ryan ha ricordato è di aver «imparato l’opposto crescendo in America»: dopo la morte di papà, «quando apparecchiavo le tavole, lavavo i piatti, o tagliavo i prati per guadagnare soldi, non ho mai pensato a me stesso come a uno bloccato in una circostanza della vita. Ero sulla mia strada, nel mio viaggio».
«Questa è la libertà» per Ryan. E si capisce perché l’assistenzialismo a lui suoni quasi come una parolaccia, quando racconta di aver visto la madre di 50 anni, con quattro figli, fare «ogni mattina 60 chilometri in bus» per studiare e poi «aprire una piccola attività». E che «da vedova addolorata» divenne «una donna in carriera», il cui «lavoro le ridiede speranza. E rese la mia famiglia orgogliosa».

LE PROMESSE TRADITE. Ryan ha ricordato l’inizio della crisi: «Furono giorni durissimi. Il mio Stato natale votò per il presidente Obama. Quando parlò del cambiamento molti si entusiasmarono al suono di questa parola. Molti ragazzi con cui ho fatto il liceo lavoravano allo stabilimento della General Motors. Lì Obama disse : “Credo che se il nostro governo vi supportasse (…) questo stabilimento rimarrà qui altri 100 anni (…). Bene, quello stabilimento non durò un anno di più». Il vice di Romney ha poi ricordato gli 831 miliardi di investimento dello Stato federale, «il più grande di sempre», e gli attuali 23 milioni di persone in cerca di lavoro. Con un sesto dei cittadini sotto la soglia della povertà.

L’OBAMACARE. Poi è venuto il turno dell’Obamacare, «il tentativo di mettere la nostra salute nelle mani del governo». Facendo riferimento all’obbligo per tutte le istituzioni, anche quelle religiose, di pagare per la contraccezione e l’aborto dei propri dipendenti, il politico ha parlato della riforma «fatta di duecento pagine di imposizioni, tasse, tariffe e sanzioni che non sono mai esistite in un paese libero».
Sfatando il mito che la riforma è per il sostegno degli anziani e dei poveri, Ryan ha poi spiegato che «nonostante le tasse nascoste, chieste per prendere il controllo della salute, e di quelle sul groppo di circa un milione di piccole imprese, l’amministrazione di Washington non ha ancora abbastanza soldi. Ne ha bisogno di più. Ha bisogno di centinaia di miliardi in più. Così li ha presi tutti dal Medicare». Ossia dal precedente programma di assicurazione medica gratuita per gli over 65 anni, i disabili o i poveri.
«Settecentosedici milioni di dollari», ha rivelato Ryan suscitando lo sdegno della platea, «sono stati prelevati dal presidente Obama dal Medicare». In questo modo «un dovere che abbiamo nei confronti dei nostri genitori e nonni sta per essere sacrificato, tutto per pagare un programma che non abbiamo nemmeno chiesto noi». Anche in questo caso Ryan ha potuto parlare perché la sua storia glielo permette. Quando suo padre morì e la mamma tornò a studiare fu infatti lui ad occuparsi della nonna Janet malata di Alzheimer. Cosa la salvò? Prima di tutto, ha spiegato il giovane repubblicano, «le piccole cose che facevamo per lei l’hanno fatta sentire amata». Poi «l’aiuto ricevuto dal Medicare, che c’era, esattamente come c’è ora per mia mamma».

UN PIANO SUSSIDIARIO. Per questo, ha ricordato Ryan, al contrario di Obama, che ha fatto cinque trilioni di debiti in quattro anni e che ha risposto contro al piano di salvataggio repubblicano senza averne uno, «io sarò schietto con voi: non abbiamo tanto tempo. Ma se siamo seri, intelligenti, e se decidiamo di prendere in mano le nostre sorti, possiamo farcela. Con una riforma fiscale sana il governo si metterà al fianco delle donne e degli uomini che creano lavoro e di quelli che ne hanno bisogno uno». Senza sostituirsi a nessuno, «perché dietro a ogni piccola impresa c’è uno storia dignitosa». Gente che ha fatto sacrifici inauditi in questi anni e che finora si è sentita dire «dal presidente che il merito è del governo. Mentre quello che si meritano di sentire è la verità: “Sì, tu hai costruito questo!”».
Infine Ryan ha ricordato il suo piano economico che, ha promesso, «aiuterà a generare 12 milioni di nuovi posti di lavoro in quattro anni» e «ridurrà al 20 per cento del Pil la spesa federale». La scelta in sintesi è una, fra due visioni opposte. Una di sapore americano e una centralista: «O mettere limiti saldi alla crescita economica, o alla macchina governativa. Noi scegliamo di limitare il governo».

LA FEDE IN POLITICA. Dulcis in fundo, Ryan ha ricordato quello che unisce lui e Romney. Non è l’età, né la generazione, ma l’amore per la tradizione e il fatto di essere complementari: uno più capace di gestire il settore pubblico e uno il privato. Ma sopratutto la fede. Perché se anche uno è mormone e l’altro cattolico, «abbiamo lo stesso credo morale. Per cui in ogni vita c’è del bene, per ogni persona c’è speranza, perché ciascuno è stato creato per una ragione, ad immagine e somiglianza del Signore della vita».
Ed è qui che l’American Dreams di Ryan si è distinto dal puro calvinismo liberista di cui spesso è stato accusato: «Per questo – ha detto – siamo responsabili l’uno dell’altro, non possiamo affrontare il mondo da soli. E la più grande responsabilità e dei forti nel sostenere i deboli. È qui che si misura una società, su come tratta coloro che non possono difendersi o occuparsi di sé da soli». Perciò, «anche se il lavoro che ci aspetta sarà duro, questo tempo è anche quello che chiede il meglio di noi, di tutti noi. Possiamo farcela, insieme possiamo farcela. Possiamo risollevare le sorti di questo paese. Far crescere l’economia, ristabilire la sicurezza». «Insieme possiamo farlo!», ha ribadito. «Allora proviamoci».

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