Contenuto riservato agli abbonati

Non dire a nessuno che Rothko era russo

Di Berlicche
30 Aprile 2026
Amico di William Congdon, «diceva spesso di non sentirsi a casa sua in America, lui era nato nell’impero russo e una parte della sua identità rimase sempre legata all’Europa». Ora è in mostra a Firenze
La mostra di Rothko a Firenze

Mio caro Malacoda, della città di Daugavpils abbiamo notizie grazie a una prima citazione che la nomina e che risale all’anno 1275. Sappiamo che nel 1278 divenne una roccaforte dell’Ordine teutonico e che nel 1561 entrò nei domini polacco-lituani. Catturata dagli svedesi, nel luglio 1656 fu conquistata dai russi nel corso di un breve assedio durante la guerra russo-svedese. Nel 1772, in seguito alla prima spartizione della Polonia entrò a far parte dell’Impero russo, e venne rinominata Dvinsk.

Temendo un’invasione da parte di Napoleone Bonaparte, nel 1810 lo zar Alessandro I di Russia ordinò la costruzione di una monumentale fortezza alle porte della città. Nel 1920 Dvinsk, in seguito alla pace fra Russia e Lettonia, tornò a far parte della Lettonia. Durante la seconda guerra mondiale vi passò per due volte il fronte e nel luglio del 1941 fu quasi completamente distrutta dalle forze armate tedesche. Perché ti parlo di questa ai più sconosciuta città del Nord-est europeo? Perché qui, nel 1903, quando faceva parte dell’impero russo, nacque Mark Rothko, pittore dell’Action painting newyorchese, movimento artistico tra i più significativi dell’arte del Ventesimo secolo. 

Rothko a Firenze

Di Rothko sabato 14 marzo è stata inaugurata una mostra a Firenze. Sarà aperta sino al 23 agosto. Settanta opere nelle sale rinascimentali di Palazzo Strozzi con un’appendice significativa al Museo di San Marco dove opere di Rothko saranno esposte a fianco di quelle del Beato Angelico, e alla Biblioteca Medicea Laurenziana. Luoghi che Rothko visitò e amò nel suo soggiorno fiorentino. Il figlio di Rothko, Christopher, curatore della mostra, dice che l’esigenza profonda di suo padre era «creare un’immagine che racconti dell’esperienza umana».

Rothko è noto come pittore astratto, ma il figlio preferisce ricordarne il percorso: «Negli anni Trenta dipinse scene urbane, interni, figure umane», ma sin da allora la sua ossessione era «lo spazio, il modo in cui l’esistenza vibra nell’ambiente». Per questo negli anni «la sua pittura diventa sempre più essenziale». Pur catalogato come artista dell’Action painting, ai cui esponenti interessava soprattutto l’azione, il gesto, Rothko – dice il figlio – «cercava invece una forma di esperienza contemplativa». 

L’amicizia tra Rothko e Congdon

Questo suo percorso verso l’essenziale ricorda un altro grande dell’Action painting, William Congdon, che di Rothko era molto amico. I due si conobbero alla prestigiosa Betty Parsons gallery, perché entrambi lì esponevano. Ed entrambi soffrivano l’ambiente della grande città, Congdon ne parla come di una “cricca” e dice che vi si sentiva soffocare. Rothko «diceva spesso – sono sempre parole del figlio – di non sentirsi a casa sua in America, lui era nato nell’impero russo e una parte della sua identità rimase sempre legata all’Europa». Pur se più giovane di pochi anni, Congdon vedrà in Rothko, uomo dal carattere schivo, che alterna momenti di depressione all’abuso di alcool, la figura di un padre artistico.

L’amicizia resiste alla lontananza (Congdon si è trasferito in Italia) e quando alla fine degli anni ’60 Congdon torna in America a trovare l’amico, vedendone i lavori, Rothko dirà che Congdon è il suo unico autentico e pur ideale erede. Pochi mesi dopo, la mattina del 25 febbraio del 1970, si suicidò tagliandosi le vene. Congdon, che era tornato negli Stati Uniti una settimana prima, si colpevolizzerà per non avere intuito le intenzioni dell’amico e per non essere andato a trovarlo.

Un’idea per la Biennale

Chi, conoscendo Congdon, visiterà la mostra fiorentina, di fronte agli “Untitled” di Rothko e a quelle tele qualificate solo da un numero, non potrà non riandare con la mente e l’occhio ai campi d’orzo dell’ultimo “essenziale” periodo dell’amico americano.

Perché, caro nipote, ti racconto tutto questo? Perché Rothko, che tutti chiamano “statunitense”, era russo di nascita. E non so se sia lecito di questi tempi esporlo in Italia, a Firenze piuttosto che alla Biennale di Venezia. Perché, come diceva un altro grande russo, Andrej Sinjaskij: «Tu vivi da cretino, ma qualche volta ti vengono in mente idee eccellenti». Vedi tu a chi applicare la sentenza.
Tuo affezionatissimo zio,
Berlicche

* * *

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di aprile 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.