Riscoprire la “comunità” e la “missione”

La lettera di papa Francesco e la consonanza con quanto scriveva don Giussani. Un compito per i cattolici

Caro direttore, mi è capitato di leggere il messaggio che papa Francesco ha inviato alla conferenza episcopale spagnola, in occasione del congresso nazionale dei laici, che ha come tema “Popolo di Dio in uscita”.

Ho letto con gusto quel testo, anche perché in esso ho visto rilanciate due importantissime parole dell’esperienza educativa che il Servo di Dio don Luigi Giussani ha indicato a tanti giovani e non più giovani: la parola “comunità” e la parola “missione”.

Scrive papa Francesco:

«Siamo “Popolo di Dio”, invitati a vivere la fede, non in modo individuale e isolato, ma nella comunità, come popolo amato e caro a Dio. Gli apparteniamo, e questo implica non solo essere stati incorporati a  lui per mezzo del battesimo, ma anche vivere coerentemente con questo dono ricevuto. Perciò è fondamentale prendere coscienza del fatto che facciamo parte di una comunità cristiana. Non siamo un raggruppamento qualsiasi, e neppure un Ong, ma la famiglia di Dio convocata attorno a uno stesso Signore. Ricordarlo ci porta ad approfondire ogni giorno la nostra fede».

Ho sentito una totale sintonia con quanto scritto da don Giussani nel libro Generare tracce nella storia del mondo, che molte persone stanno leggendo in questo periodo.

Ecco cosa scrive don Giussani (insieme a Stefano Alberto e Javier Prades):

il Mistero di Cristo «permane nella vita di ogni uomo e del mondo, personalmente, realmente, attraverso l’unità sensibilmente espressa dei cristiani. La compagnia dei credenti è segno efficace della salvezza di Cristo per gli uomini, è il sacramento della salvezza del mondo. Cristo Risorto si stringe così attorno a noi: questa compagnia è proprio Cristo presente… Gesù Cristo è presente qui e ora: Egli permane nella storia attraverso la successione ininterrotta degli uomini che per l’azione del suo Spirito gli appartengono, quali membra del suo Corpo, prolungamento nel tempo e nello spazio della sua Presenza».

E già nel 1959 don Giussani scriveva che il «richiamo cristiano deve essere comunitario nella realizzazione” (vedasi Il cammino al vero è un’esperienza, Sei, pagina 5). Per questo, quanto è vero che noi cristiani cattolici «non siamo un raggruppamento qualsiasi», ma siamo ontologicamente una Presenza, da cui deriva la grande responsabilità della testimonianza e dell’annuncio del Vangelo! Di questa responsabilità dobbiamo sempre essere consapevolmente degni.

Questa osservazione introduce al rilancio della seconda parola, la parola “missione”, anzi del “mandato missionario”, secondo l’espressione usata dal Papa:

«Il mandato missionario è sempre attuale e torna a noi con la forza di sempre, per far risuonare la voce sempre nuova del Vangelo in questo mondo in cui viviamo, in particolare in questa vecchia Europa, nella quale la Buona Novella si vede soffocata da tante voci di morte e di disperazione».

È esattamente quello che ha intuito e realizzato don Giussani 66 anni fa, quando ha lasciato la comoda carriera di teologo, per entrare nella scuola statale con il solo scopo di annunciare Cristo ai giovani confusi e spaesati di allora. Ha assunto personalmente la responsabilità della missione (non senza incomprensioni), sottolineando con insistenza e in ogni modo che una integrale vita cristiana deve poggiarsi su tre dimensioni fondamentali: cultura, carità e missione.

E anche a questo proposito, già nel 1969, scriveva nello stesso libro appena citato:

«I termini dell’appello di Cristo sono gli estremi confini della terra, fino alla fine del mondo… Bisogna convivere con tutti, condividere la vita di tutti, mettere in comune sé con chiunque. La carità è una legge senza confini, universale: cattolica… In questa legge, misurare e delimitare coinciderebbe con lo stroncare la legge stessa: porle un limite non è limitarla, è un abrogarla… dobbiamo vivere per l’universo, per l’umanità intera: “le prospettive universali della Chiesa sono le direttive normali della vita del cristiano” (Pio XII)».

Spero che anche i cattolici italiani e non solo quelli spagnoli riscoprano in questi termini le parole “comunità” e “missione”, parole assolutamente interconnesse tra di loro. In fondo, con quelle parole, paradossalmente, si semplificano le cose. Troppi cattolici da anni stanno dedicando tante analisi circa la società attuale, per cercare nuovi modi di operare l’annuncio cristiano. Sarebbe molto più semplice riscoprire che apparteniamo gratuitamente e per grazia ad una comunità (in questo senso, non basta riferirsi unicamente alla “Parola” senza un esplicito riferimento alla comunità che ne è il suo  luogo di presenza e visibilità) e che abbiamo un unico compito: annunciare a TUTTI quello che l’incontro con la comunità  ci ha messo dentro il nostro cuore. Per fare questo, occorre la semplicità dell’amore e della passione fino al totale sacrificio di sé, come quello operato dal Servo di Dio don Giussani, che ha dato tutta la sua vita per annunciare Cristo (e ciò che da Lui consegue) dall’ambito degli studenti a tutti gli ambiti che ha incontrato. Lo Spirito ha mostrato a tutti anche i frutti, comunitari e missionari, nati da questo sacrificio.

Ai cattolici spagnoli e italiani basterebbe, sull’onda delle parole del Papa, seguire l’esempio dei Santi contemporanei che lo Spirito ha mandato per rimetterci in missione, a partire dall’esperienza vissuta nella comunità. Non buttiamo via i talenti dei Santi.

Peppino Zola

Foto Ansa