Ripresa? Speriamo. Ma abbiamo due problemi: banche e petrolio

Nonostante le previsioni di crescita, due segnali rimangono preoccupanti: il malessere delle banche e gli effetti della caduta del prezzo del petrolio

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Secondo le previsioni della Commissione europea quest’anno e l’anno prossimo l’economia italiana tornerà a crescere a valori superiori allo zero virgola del 2015, la disoccupazione diminuirà di qualche decimale e il rapporto debito pubblico/Pil migliorerà di due-tre punti percentuali. Il Pil dovrebbe aumentare dell’1,5 per cento nel 2016 e dell’1,4 per cento nel 2017. L’osservazione della realtà induce però a pensare che anche questi modesti progressi siano a rischio, principalmente per due motivi: la crisi del settore bancario italiano e gli effetti della caduta del prezzo del petrolio, che non tornerà a salire tanto presto, sull’import-export mondiale.

Come ha scritto Wolfgang Münchau sul Financial Times, fra i problemi economici irrisolti dell’Italia vanno elencati non solo il fatto che non si sono registrati aumenti di produttività negli ultimi 15 anni e che l’enorme stock di debito pubblico (2.295 miliardi di euro, pari al 132 per cento del Pil) non lascia spazio di manovra alle politiche fiscali del governo. L’economia italiana è in pericolo a causa di «un sistema bancario con 200 miliardi di euro di prestiti non performanti (cioè che non riescono più a ripagare il capitale e gli interessi dovuti ai creditori, ndr) più altri 150 miliardi di debiti classificati “a rischio”». I 350 miliardi di euro di sofferenze bancarie equivalgono al 17 per cento di tutti i prestiti in Italia, un valore che è superiore ben quattro volte alla media europea. In Germania sono il 2,3 per cento, in Francia il 4,2 per cento, in Spagna il 7 per cento. Nell’Unione Europea solo l’Irlanda (di poco) e la Grecia stanno peggio di noi. E il problema è che non si vede all’orizzonte la soluzione: Renzi avrebbe voluto creare una “bad bank” pubblica che avrebbe acquistato i crediti inesigibili e con ciò messo al sicuro le banche, ma Bruxelles glielo ha impedito in nome delle nuove regole europee sui salvataggi bancari e del divieto di erogare aiuti di Stato. Regole che non esistevano quando furono salvate le banche irlandesi e spagnole. In alternativa, l’Unione Europea ha offerto all’Italia un accordo che il ministro Pier Carlo Padoan ha definito «garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni delle sofferenze bancarie», e che invece Münchau etichetta come «un segno di disperazione», perché l’accordo è un concentrato «di tutti gli sporchi trucchi della finanza moderna, inclusi i malfamati credit default swap», e «l’idea che la crisi di solvibilità del paese possa essere risolta con maneggi finanziari è un’assurdità». La Caporetto borsistica dei titoli bancari italiani fra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio sembra dare ragione all’editorialista del Financial Times e torto al ministro delle Finanze italiano.

La debolezza della domanda
L’altro problema per le prospettive di crescita dell’economia italiana è rappresentato dalla flessione del prezzo del petrolio. Per un’economia a vocazione manifatturiera come quella italiana questo fatto dovrebbe rappresentare un vantaggio, perché diminuisce il costo di produzione delle merci da esportare; a ciò si aggiungano i vantaggi per il Tesoro pubblico derivanti dalla struttura delle accise sui carburanti.

Le cose però non sono così semplici. Intanto va tenuto presente che è italiana la tredicesima compagnia del mondo per fatturato fra quelle operanti nel campo delle energie fossili: l’Eni, che vede diminuire il suo capitale tanto quanto diminuisce il prezzo di petrolio e gas. Ed Eni è la più grande di tutte le aziende italiane, classificata da Forbes al 121esimo posto fra tutte le compagnie del mondo di ogni tipo di attività. Il secondo problema è che i grandi paesi petroliferi sono importanti importatori di prodotti finiti, ed è evidente che la flessione delle entrate da esportazione di greggio o di gas comporterà una flessione delle loro importazioni manifatturiere. Questo vale per i ricchissimi paesi arabi del Golfo, e a maggior ragione vale per le economie emergenti a base petrolifera: Russia, Nigeria, Venezuela, Ecuador, Kazakhstan, Azerbaigian. Il Kazakhstan, di cui l’Italia è il sesto partner commerciale per l’import, ha dimezzato le proprie importazioni fra il 2013 e oggi; l’Azerbaigian, altro paese di cui l’Italia è sesto partner commerciale per l’import, le ha ridotte di un terzo nello stesso periodo. Quest’ultimo paese è già ricorso al Fondo monetario internazionale (Fmi) e alla Banca Mondiale per avere un prestito di emergenza di 4 miliardi di dollari, seguito a ruota dalla Nigeria che ne ha chiesti 3,5. Russia e Kazakhstan, che dispongono ancora di discrete riserve valutarie, pensano più semplicemente a tagli di bilancio della spesa pubblica, nella quale i sussidi alle importazioni di generi alimentari svolgono un ruolo importante. Per la prima volta nella storia la flessione del prezzo dell’energia non si accompagna a una ripresa della crescita economica mondiale, ma al suo rallentamento. Perché a determinare l’abbassamento del prezzo non è tanto l’eccesso di offerta, quanto la debolezza della domanda.

Foto da Shutterstock


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