Rimini,lezione di umiltà

Né complotto per la strumentalizzazione integralista del Giubileo dei giovani, né mercato delle pulci. Come sempre, il Meeting
è sfuggito alle letture miopi di intelligentsia e media e ha tenuto fede alla promessa originale: essere un luogo dove chiunque, senza
discriminazioni, può pubblicamente documentare il cambiamento della vita che deriva dalla ricerca seria dell’ideale e dall’approfondimento di un incontro può essere documentato. Chi ha avuto l’umiltà di starci si è guadagnato gli applausi e la gratitudine del pubblico, come mons. Albacete e i suoi amici liberal americani, chi ha barato si è beccato i fischi, come Umberto Veronesi.

Sì, è stato il Meeting del Giubileo e del passaggio di testimone fra Tor Vergata e Rimini, dell’applaudita irruzione di Silvio Berlusconi e del suo fluviale intervento, della calura intensa fino allo stordimento, più opprimente di un editoriale di Eugenio Scalfari, delle polemiche sulla mostra sul Risorgimento, che per voler riscrivere la storia patria in toni iconoclasti ha fatto scrivere censure stizzite e indignate ai soliti noti (che la mostra non l’hanno vista), delle paginate sul Grande Centro evocato dall’arzillo Andreotti (per un Grande Centro ci vuole un Grande Vecchio, è ovvio) tornato ai suoi machiavellici splendori, della rivolta popolare spontanea contro l’ipotesi di utilizzo degli embrioni umani congelati intuita nelle parole inutilmente felpate di Umberto Veronesi; ma più di tutto questo e nonostante tutto questo è stato, ancora e sempre, il Meeting della ragione, della libertà, dell’ideale, cioè il Meeting di ciò che sta prima e che fonda la possibilità di vivere un’esperienza umana piena, di riconoscere la genuinità delle esperienze umane altrui, di creare un luogo dove il cambiamento e il desiderio di cambiamento dell’umano possono essere documentati in un clima di amicizia e di ecumenismo autentico (cioè non ingenuo, non irenista).

Il tutto, grazie alla modalità-virtù dell’umiltà, che, come vedremo, quest’anno forse più che in passato è stata la qualità umana e intellettuale che ha fatto la differenza fra successi e insuccessi, fra riuscita e non riuscita dell’incontro fra gli ospiti e il popolo del Meeting.

Chi ha paura del Meeting cattivo
Insomma, il Meeting di Rimini è come il birillo-bambolotto di Pierino-sempre-in-piedi: lo pieghi da una parte, lo pieghi dall’altra, lo colpisci in pieno per farlo cadere, ma quello torna sempre nella posizione iniziale; non c’è campagna di stampa, non c’è manganellamento televisivo, non c’è spocchia intellettuale in libera uscita, non c’è –persino- tentativo di autoaffondamento che riesca ad impedire al Meeting di essere quello che vuole, può e sa di essere: “luogo di accoglienza per tutte le coscienze, qualunque sia il colore della pelle e delle idee che esse portano”, a motivo della sua “passione per la ragione e per la libertà”, come ha puntualizzato Giancarlo Cesana con tutta la precisione dell’ortodossia, “la festa dell’intelligenza”, come l’ha poeticamente definita il Berlusca. Scremando la vasta produzione di cronache e commenti, ed evitando di fare pubblicità gratuita ai deficienti in servizio permanente ed effettivo anche solo citando il loro nome, troviamo in buona sostanza due interventi critici del mondo laico che meritano –semplicemente perché incarnano in modo caratteristico due obiezioni classiche e opposte- di essere presi come punto di partenza per spiegare, per contrappunto, che cosa è stato il Meeting: quello di Scalfari su Repubblica e l’editoriale de Il Foglio del 23 agosto. Nell’approccio fortemente critico alle vicende del Risorgimento italiano che ha caratterizzato vari momenti del Meeting (non solo la famosa mostra) Scalfari scorge la conferma di un suo ossessivo timore: che CL, minoranza astuta e militarmente organizzata, manipoli ed egemonizzi in senso teocratico, antimoderno e integralista i giovani “buoni e puri”, ma culturalmente ingenui del Giubileo. Il Foglio, invece, esprime la preoccupazione opposta: al Meeting quest’anno c’è troppa carne al fuoco, si rischia l’”effetto paccottiglia”, sembra che i ciellini abbiano rinunciato alla propria identità, a proposte chiare e a giudizi precisi, l’ecumenismo e l’apertura scadono in un reprensibile “mercato delle pulci”.

Libertà di mercato e un Albacete esemplare
Ebbene no, né egemonia, né mercato delle pulci. Anche quest’anno il Meeting è stato ecumenico al di sopra di ogni sospetto: vi si sono incontrati ebrei (come Claudio Morpurgo), musulmani (come Younis Tawfik) e cristiani; cattolici e protestanti (come i pastori della Chiesa calvinista sudafricana); cattolici conservatori (Francesco Mario Agnoli, Cesare Cavalleri, Rino Camilleri) e cattolici progressisti (Giovanni Bazoli, Luigi Bobba); imprenditori (Soru, Scaglia, Della Valle) e sindacalisti (Sergio D’Antoni, Savino Pezotta); arabi (i ministri di Algeria e Marocco, i palestinesi di Arafat) ed europei; vescovi tradizionalissimi (Giacomo Biffi, Angelo Scola) e liberal americani (Peter Berkovitz e Peter Beinart) di prima scelta; centrosinistra e centrodestra; ministri del governo Amato (Mattioli, Pecoraro Scanio, Veronesi) e presidenti di Regione del Polo (Formigoni, Fitto, Storace, Chiaravalloti, Ghigo); Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Insomma, altro che mercato delle pulci: un bel mercato di quelli di una volta, che richiamavano tutta la città nella piazza preposta per lo spettacolo di odori e di sapori, la magnificenza di stoffe sfavillanti, l’abbondanza di spezie fragranti di mondi lontani, e che davano lustro al principe, al podestà o al capitano del popolo che li rendeva possibili. Ma allora le contestazioni a Veronesi e qualche altra bancarella del mercato rovesciata qua e là, l’intransigenza sul Risorgimento, gli applausi convinti a Berlusconi? Come si conciliano con la libertà del mercato e col mercato della libertà, con l’ecumenismo che valorizza tutto di tutti, con gli applausi altrettanto convinti a Berkovitz e Beinart, al banchiere ulivista Bazoli, a Romano Prodi? Tutto si spiega alla luce della legge dell’umiltà, che il popolo del Meeting applica inflessibilmente (fatto salvo il limite della fragilità umana) a se stesso e agli ospiti di qualunque provenienza. Legge che si potrebbe riassumere nell’aforisma di Emmanuel Levinas citato da mons. Lorenzo Albecete: “Un Dio incarnato manifesterebbe se stesso in un’estrema umiltà, abbracciando tutto”. Quello di Albacete alla conferenza “Un incontro con il liberalismo americano” è stato un intervento esemplare all’interno di un incontro esemplare, che a un certo punto è sembrato incarnare il modello stesso di come dovrebbero essere tutti gli incontri del Meeting. Albacete ha detto più o meno così: “Questo incontro è un esempio dell’incontro del movimento di Comunione e Liberazione con altre culture che negli Usa è iniziato dopo la presentazione del libro di don Giussani all’Onu. Ci interessa l’umano, ciò che motiva nel profondo l’azione delle persone, e questo interesse si manifesta concretamente in un’amicizia con queste persone. La ricerca di un terreno comune con questi liberal che abbiamo incontrato non ci fa mettere da parte la fede per individuare un terreno neutro: no, si tratta solo del fatto che l’Incarnazione ci apre a tutte le esperienze umane autentiche. La nostra apertura è una questione di fedeltà all’Avvenimento”.

Montanelli perfetto, tranne una parola
Questa chiave interpretativa era già stata anticipata da Giancarlo Cesana nella prima conferenza stampa del Meeting, quando aveva fatto il punto della relazione esistente fra il Giubileo dei giovani e il Meeting: “Il Meeting è all’interno dell’avvenimento del Giubileo. Per descriverlo possiamo usare le stesse parole, tranne una, che Montanelli ha usato sul Corriere della Sera per descrivere quello che è successo a Roma: “Credo che inconsciamente questi giovani cercano e vogliono in un mondo dell’effimero come questo qualcosa che non abbia tempo perché eterno e che gli offra alcunché di stabile su cui posare e riposare i piedi”. Togliete la parola “inconsapevole”, e avrete il Meeting: un luogo dove la ricerca dell’eterno è consapevole e diventa approfondimento di una risposta di cui si è certi”.
Insomma, il popolo del Meeting si riunisce a Rimini per incontrare esperienze che documentino la ricerca dell’ideale senza fine e la trasformazione della vita personale che tale ricerca implica. In alcuni casi si tratta di esperienze in cui si documenta che la risposta cristiana seriamente accolta rende lieta e operosa la vita, in altri di esperienze che, senza attingere alla risposta cristiana, documentano comunque una serietà a livello del senso religioso, una posizione che non censura l’esperienza elementare, le domande ultime, un cambiamento della vita sulla base di un incontro. Veronesi si becca sonori fischi non tanto perché è aperturista in materia di sfruttamento degli embrioni umani congelati, ma perché bluffa, perché nasconde se stesso dietro un fitto velame di paternalis- mo e di condiscendenza. Avesse detto, Veronesi, “sarà il governo a decidere sulla materia, non io, ma se volete saperlo la mia posizione è questa: che il destino migliore per embrioni rigettati dalle loro madri e dai loro padri, condannati a una misera sopravvivenza sotto ghiaccio, è di andare ad alimentare vite altrui”, il popolo del Meeting sarebbe stato più che clemente con lui. Ma avendo lui cercato di fare fesso il pubblico con formule del tipo “sto soltanto esponendo quello che è scritto nel rapporto Donaldson”, “il pensiero teologico è contraddittorio sul destino da riservare agli ovuli fecondati”, “si continuano a chiamare col vecchio termine di embrioni gli ovuli fecondati”, “non c’è niente di assoluto su questa terra, lo spiega un grande teologo come Bultmann che distingue il Gesù storico dal Gesù kerigmatico”, le cose non potevano andare che come sono andate. Perché non c’è peccato più grande della slealtà di chi vuole apparire diverso da ciò che è col suo interlocutore: dimostra di non giudicarlo degno di un rapporto paritario, di considerarlo inferiore, di concepire il rapporto soltanto in termini strumentali. Il contrario dell’umiltà.

I grandi si fan piccoli: miracoli da Meeting
Di tutt’altro tono l’intervento di Peter Berkovitz, commentatore di New Republic (una specie di antesignano americano dell’Espresso), che intervenendo sul tema “La visione liberal e l’amore” dichiara senza infingimenti la sua passione per il primato della libertà dell’individuo sempre e comunque, con tutti gli annessi e connessi che questo implica nell’ambito della vita affettiva, del sesso e dell’istituzione matrimoniale, ma l’autenticità di questa passione e la stima per chi lo ospita lo spinge a rivelare con altrettanta sincerità la contraddizione che lo tormenta: “La fonte fondamentale dei nostri dubbi e della nostra insoddisfazione a proposito del matrimonio e del corteggiamento è una fonte sia morale che politica. Noi siamo estraniati dall’amore e dalle istituzioni che lo preservano da quegli stessi princìpi morali fondamentali su cui si basa la nostra politica, dalla graduale affermazione, più nei nostri cuori che nelle nostre leggi, dello spirito di libertà e di uguaglianza”.
Al Meeting il liberal umile Berkovitz era in buona compagnia: c’erano uomini come Ferdinando Imposimato, senatore della Repubblica, magistrato di inchieste esplosive, protagonista della lotta al terrorismo che non ha rinunciato al garantismo, osservatore capace di annusare il marcio nell’affare dell’Alta Velocità ferroviaria, che diventa ambasciatore presso l’Onu della Comunità Incontro di don Pierino Gelmini perché toccato dall’incontro con questo pazzo di Dio; come Leon Wessels, ex ministro sudafricano bianco destinato a trovare posto nei libri di storia come protagonista del negoziato con Nelson Mandela che ha salvato il Sudafrica da un bagno di sangue, uno che potrebbe a buon diritto vantare una compartecipazione al premio Nobel per la pace riconosciuto a suo tempo a De Klerk e Mandela e che invece sceglie il Meeting per raccontare la sua conversione dalla fede cieca nell’apartheid all’esperienza di un’appartenza più grande, che gli ha imposto di negoziare una soluzione rispettosa dei diritti di tutti; come Gregoire Ahoungbonon, umile gommista beninese immigrato in Costa D’Avorio, che è stato capace di creare una realtà che accoglie, cura, guarisce e reinserisce 1.500 malati mentali, ma anziché vantarsene annuncia a tutti stupefatto la potenza efficace dell’amore di Cristo. E tanti altri. Lo specchio di tutti loro è stato ed è il popolo del Meeting. Un popolo capace di ascoltare senza perdersi un parola per un’ora filata, nell’afa pomeridiana, il saggio teologico paolino sull’identità del cristiano di mons. Angelo Scola, rettore della Pontificia università lateranense. Dove si trova sollievo nella lieta notizia che “neppure il peccato può inficiare la vita nuova del cristiano”, ma anche un percorso intellettuale che richiede la fatica di una riflessione che le condizioni ambientali non facilitano. Eppure all’uscita di un incontro come quello si può incontrare gente come padre Maurizio Bezzi, missionario da dieci anni fra i carcerati e i ragazzi di strada del Camerun, nel profondo della miseria africana, che ti dice: “Fa impressione lo struggimento per la distruzione dell’umano che uno come Scola dimostra di vivere. Dalla sua posizione, coglie delle realtà e prova una sofferenza che io posso a malapena intuire”. Mai sentito un prete parlare in questo modo di un vescovo di curia, figurarsi poi un missionario. Solo al Meeting, dove il contenuto di umiltà dell’Incarnazione è preso sul serio, càpitano cose del genere.