Rimini israelo-palestinese

Meeting

Durante uno degli incontri del Meeting, Bassam Abu Sharif, consigliere speciale di Yasser Arafat, facendo riferimento all’annuciata proclamazione ufficiale e unilaterale della nascita dello Stato palestinese, ha reso una duplice dichiarazione distensiva: “Non cosideriamo il 13 settembre una data non postponibile, né un ultimatum per il processo di pace e siamo pronti a restituire agli ebrei le proprietà loro confiscate in territorio palestinese”. E’ la prima volta che un autorevole rappresntante dell’Olp dichiara pubblicamente questa disponibilità da parte palestinese. Ma a proposito del contesa di Nazareth, dove il governo israeliano ha autorizzato la costruzione di una moschea a ridosso della basilica dell’Annunciazione, Abu Sharif ha ribadito che i palestinesi sono assolutamente contrari a ciò che il rappresentante dell’Olp ha definito “una provocazione dei servizi segreti israeliani in combutta con gli estremisti islamici”. Le dichiarazioni sono venute nel corso di un dibattitto in cui erano presenti anche Uri Savir, membro della Knesset e uno dei negoziatori israeliani del trattato di pace a Oslo e David Jaeger, consulete giuridico della Santa Sede, membro della Commissione bilaterale permanente israelo-vaticana.

Blanda la replica di Savir alle accuse di Sharif sul caso Nazareth, mentre l’israelinao Jaeger ha invitato il deputato di Gerusalemme a farsi anch’egli promotore presso il suo governo della richiesta di revoca dell’autorizzazione data ai radicali islamici per la costruzione della moschea “è il governo israeliano il primo responsabile di questo atto di sfregio alla cristianità tutta” ha detto Jaeger “dunque è il governo israeliano che deve revocare una decisione che rischia di compromettere seriamente le relazioni tra Israele e Santa Sede”.

Uri Savir ha invece sottolineato che “il processo di pace si trova a un passo dal sucesso o dalla catastrofe” e ha lasciato intendere che i prossimi mesi saranno decisivi. L’obbiettivo del primo ministro israeliano Barak – il cui governo attualmente non ha più una chiara maggioranza parlamentare – sarebbe quello di arrivare entro un mese alla firma di un accordo quadro con Arafat, quindi, in forza di tale accordo, presentarsi agli elettori come protagonista dello storico risultato e vincere le elezioni anticipate che potrebbero svolgersi subito dopo le elezioni presidenziali americane, altro fattore decisivo che condizionerà pesantemente gli sviluppi del processo di pace in Medioriente. Ovviamente questa prospettiva non piace né ai partiti della destra religiosa ebraica, né ai radicali islamici del movimento di Hamas, che nei prossimi mesi minacciano di unire le loro forze e fare terra bruciata intorno a un ipotesi di accordo quadro tra Barak e Arafat.