La riforma della giustizia perfetta? L’abbiamo già fatta (e tradita) duecentocinquant’anni fa

Una mostra sulla giustizia ricostruisce l’ambiente in cui nacque “Dei delitti e delle pene”, il capolavoro di Beccaria che chiedeva la separazione delle carriere, la limitazione della carcerazione e di «sottoporre il giudice alla legge»

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Antonio Perego, L'Accademia dei Pugni, 1766. Milano, collezione Luisa Sormani Andreani Verri (sulla sinistra, Pietro Verri seduto al tavolo con la penna, e Cesare Beccaria, intento a leggere un libro)
Antonio Perego, L’Accademia dei Pugni, 1766. Milano, collezione Luisa Sormani Andreani Verri (sulla sinistra, Pietro Verri seduto al tavolo con la penna, e Cesare Beccaria, intento a leggere un libro)

Compie duecentocinquant’anni Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, il rivoluzionario saggio che cambiò a partire dal 1764 l’applicazione e il concetto della giustizia penale in Italia e poi in Europa: Milano, la città che diede i natali al pamphlet, ora gli dedica una mostra. “Da Beccaria a Manzoni. La riflessione sulla giustizia a Milano: un laboratorio europeo” – ingresso gratuito, Biblioteca Braidense, via Brera 28, fino al 12 febbraio 2015 – è una straordinaria raccolta di documenti d’epoca (libri, verbali di processi, illustrazioni) che si snoda intorno a tre personaggi di spicco della cultura italiana: Cesare Beccaria, Pietro Verri e Alessandro Manzoni. Tutti e tre furono legati non solo al Dei delitti e delle pene, ma anche ad una riflessione più ampia sulla giustizia, che questa mostra svela in tutta la sua attualità. Senza voler necessariamente forzare l’interpretazione storica, né volendo “far dire” alla mostra quel che non dice, resta il fatto che essa instilla nell’uomo del Duemila due vigorose e potenti domande: come è potuto accadere che gli italiani, dopo aver posto le fondamenta del garantismo giuridico, le abbiano, nel giro degli ultimi vent’anni, dimenticate e calpestate per abbracciare posizioni giustizialiste? E, seconda suggestione: come può oggi l’Italia pensare una riforma della giustizia che non parta dalle grandiose intuizioni degli illuministi milanesi?

Descrizione della esecuzione di giustizia fatta in Milano contr'alcuni li quali hanno composto e sparso gli unti pestiferi. Cesare da Bassano (1584-1646) da disegno di Francesco Valletto, Milano, 1630. Agnelli forma
Descrizione della esecuzione di giustizia fatta in Milano contr’alcuni li quali hanno composto e sparso gli unti pestiferi. Cesare da Bassano (1584-1646) da disegno di Francesco Valletto, Milano, 1630. Agnelli forma

L’esposizione inizia illustrando il sistema giudiziario sei-settecentesco che ha fatto da contesto alla stesura dell’opera. Pietro Verri e il fratello Alessandro, nobili milanesi laureati in giurisprudenza, a metà Settecento erano quelli che oggi definiremmo dei “garanti dei detenuti”, esercitando il ruolo di “Protettore dei carcerati”. A partire dall’inverno del 1761, Pietro iniziò a riunire nel proprio appartamento il fratello e altri amici, un circolo che presto fu conosciuto in città come l’Accademia dei pugni. Tra gli ospiti di Verri anche l’amico marchese Cesare Beccaria che, proprio in seguito alle conversazioni coi Verri, iniziò a scrivere il suo capolavoro, poi corretto e ristrutturato da Pietro prima della pubblicazione.

La riflessione di Beccaria sull’entità della pena che andava commisurata al delitto e la sua feroce critica dei metodi barbarici della giustizia ottennero un immediato successo planetario. Il libro fu apprezzato da Voltaire e, ispirandosi a Beccaria, prima il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo (nel 1786), poi l’imperatore Giuseppe II (nel 1787) produssero importanti riforme della giustizia penale. Nel frattempo, oltreoceano, Thomas Jefferson lesse in lingua originale il pamphlet, che poi riprese nella stesura della nuova costituzione americana.

Nell’opera di Beccaria era durissima la critica ai regimi dove non esisteva la presunzione di innocenza, né la “prontezza della pena”, ovvero la necessità che il processo avesse una ragionevole durata e la sentenza arrivasse in tempi certi. Si approfondiva il tema della «separazione tra funzione d’accusa e funzione di giudizio», perché per Beccaria «il giudice che si identifichi con l’accusatore diviene nemico del reo, perché non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto». Beccaria suggeriva inoltre la «sottoposizione del giudice alla legge» con «la determinazione degli indizi alla cattura che dev’essere sottratta al potere del giudice» per evitare condanne arbitrarie.

Vignetta allegorica contro il frontespizio della terza edizione del Dei delitti e delle pene (Coltellini, Livorno, 1765). Milano, Biblioteca nazionale Braidense
Vignetta allegorica contro il frontespizio della terza edizione del Dei delitti e delle pene (Coltellini, Livorno, 1765). Milano, Biblioteca nazionale Braidense

L’Italia del 2014 ha purtroppo la maglia nera europea per i processi penali pendenti (1 milione e 450 mila processi in corso, secondo l’ultimo rapporto del Consiglio d’Europa) e per la loro irragionevole durata (2.566 giorni in media, nel resto d’Europa solo 537 giorni), mentre siamo al secondo posto per il minor numero di indagini penali chiuse. Inoltre, sebbene le percentuali siano diminuite, attualmente il 15 per cento dei detenuti è in custodia cautelare da presunto innocente, perché ancora in attesa di una sentenza. Appare evidente che un ripasso ai suggerimenti di Beccaria su tutti questi aspetti resti utilissimo ancora oggi.

Le osservazioni di Beccaria furono ripresea da Pietro Verri nelle sue Osservazioni sulla tortura scritte tra il 1776 e il ’77 (pubblicate solo postume nel 1804). A entrambi si ispirò anche il nipote di Beccaria, Alessandro Manzoni. Il punto centrale della mostra è un episodio realmente accaduto – che pure suscita interrogativi e riflessioni sull’attualità – da cui i tre protagonisti della cultura italiana rimasero ugualmente influenzati. La vicenda della Colonna infame e della condanna a morte, il 1° agosto 1630, di Gian Giacomo Mora e di Guglielmo Piazza, dopo atroci torture: due innocenti accusati di essere l’incarnazione della superstizione popolare, gli “untori” che spargevano la peste.

In mostra è finalmente esposto l’“Elenco dei giustiziati dal 1711 al 1764” (una copia del quale apparteneva a Beccaria, che vi si ispirò per la sua dura critica alla tortura): visibile in una teca, aperto all’agghiacciante pagina dell’agosto 1630, in cui possiamo rileggere nel dettaglio le torture inflitte a Mora e Piazza.

Sono visibili anche gli atti del processo-farsa subìto dai due insieme al nobile spagnolo Giovanni de Padilla (accusato di essere il mandante dei due, ma poi assolto), così come le cronache dell’epoca, tutte asservite alle tesi dell’accusa. È proprio intorno a questo aspetto che Manzoni mosse la sua feroce critica. Ne La Storia della colonna infame egli accusò i giudici responsabili di un assurdo caso di malagiustizia ante litteram, ma soprattutto gli intellettuali del tempo, che non si occuparono mai di accertare i fatti, ma solo di barcamenarsi pigramente riportando gli atti diffusi dagli accusatori.

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