Ridateci la scienza ridateci il Medio Evo

SIAMO NANI MODERNI SULLE SPALLE DI GIGANTI CHE,
“NEI SECOLI BUI”, INDAGARONO IL CREATO IN MODI CHE ECO
E DAN BROWN NON CONOSCONO. INTERVISTA AL FISICO DI OXFORD, PETER HODGSON

Se osservate le statue che ornano il portale destro della facciata della cattedrale di Chartres, noterete due personaggi chini sotto il peso di due figure slanciate sovrastanti: sono Aristotele che regge sulle sue spalle la Logica e Pitagora che sostiene la Musica. L’idea è stata probabilmente suggerita allo scultore da uno dei maestri della scuola fiorita proprio a ridosso della cattedrale nel XII secolo, il cosmologo Bernardo di Chartres che così scriveva: «Siamo come nani sulle spalle di giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perchè sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti». La frase esprime una consapevolezza diffusa tra gli studiosi medievali, soprattutto tra quelli delle scuole sorte a cavallo del Mille e che sono state il preludio alla grande epopea della prime università europee. I giganti erano naturalmente i filosofi e matematici greci, riscoperti, tradotti e studiati da quei “rozzi” e “dogmatici” monaci che così esprimevano con profondità di pensiero due categorie ancor oggi basilari per il progresso scientifico e tecnologico: il radicamento nella tradizione e la libertà di immaginare il nuovo. La miscela di questi due ingredienti ha fatto da detonatore per l’esplosione di una creatività scientifica il cui resoconto è poco praticato dagli storici militanti (ancor meno dagli autori di manuali scolastici) ed è inimmaginabile da quanti hanno costruito la loro visione del Medioevo leggendo Il nome della rosa e Il codice da Vinci.
Una creatività che non ha nulla da invidiare a quella dei protagonisti della “rivoluzione scientifica” del Seicento, come emergerà dalla mostra curata dall’Associazione Euresis per il Meeting di Rimini, il cui titolo prende spunto proprio dalla citazione di Bernardo: “Sulle spalle dei giganti. Luoghi e maestri della scienza nel Medioevo europeo”. Una mostra animata non tanto da una volontà di revisione storiografica, per rivendicare ai chierici medievali la paternità del metodo scientifico togliendola ai vari Galileo, Keplero, Cartesio e Newton. È stato piuttosto, secondo i curatori, il desiderio di raccontare un paziente lavoro di indagine scientifica che è iniziato con la piena valorizzazione del sapere classico, al punto da dedicare giorni e notti a tradurre in latino i testi di matematica, fisica e medicina. Un lavoro che si è poi sviluppato nel tentativo di rispondere nel modo più razionale possibile alle domande circa il comportamento della natura: con il potente supporto della logica, asse portante della formazione culturale dei medievali; e con la grande intuizione che la matematica era il linguaggio adatto a rispondere a quel tipo di interrogativi.
E di cose da raccontare ce ne sono tante. Come ha anticipato a Tempi il fisico Peter Hodgson, decano del Corpus Christi College di Oxford, che ha ispirato la mostra e ne parlerà al Meeting il 22 agosto.
Per quale motivo, per chi si occupa di scienza oggi può essere interessante riscoprire le sue origini storiche e, in particolare, quelle maturate nel Medioevo europeo?
Per comprendere cos’è la scienza bisogna sapere come ha avuto inizio. Perché la scienza, come la conosciamo oggi, si è sviluppata proprio nella nostra civiltà occidentale e non in qualcuna delle altre grandi civiltà del passato? Quali sono le condizioni necessarie perché ciò possa accadere? Quale visione del mondo è essenziale per la nascita della scienza e da dove deriva? A queste domande si può rispondere guardando come la scienza moderna è iniziata nel Medioevo e come ciò è stato reso possibile dalla teologia cattolica che ha fornito la necessaria idea di una natura buona, ordinata, razionale, contingente e aperta alla mente umana. Le principali ricerche scientifiche oggi sono condotte lungo piste ben stabilite nell’ambito delle teorie più accreditate; per riuscire in tale impresa non è necessario sapere tutto circa le origini storiche della scienza. Ma quando si raggiunge un punto critico, quando le teorie correnti si rivelano inadeguate, allora diventa utile risalire ai fondamenti e lì cercare qualche “fresca” idea per ripartire. È accaduto così quando è apparso evidente che in alcuni casi la dinamica di Newton era insufficiente: e una nuova via è stata aperta da Einstein con la teoria della relatività. I più grandi scienziati sono partiti da una conoscenza profonda delle basi della scienza per sviluppare nuovi modi di guardare il mondo.
Se guardiamo ai risultati così come oggi vengono misurati nella comunità scientifica (cioè in termini di leggi, di risultati sperimentali, di pubblicazioni.), il bilancio del periodo medievale può sembrare deludente. Perchè allora uno scienziato dovrebbe occuparsene?
Ci vuole sempre del tempo perché appaiano i frutti di un grande sforzo; nessuno si aspetta di cogliere delle mele pochi mesi dopo aver seminato. La cosa essenziale però è che i semi siano piantati in un terreno buono, ben concimato e protetto dagli agenti infestanti; col tempo diventerà una pianta e darà frutti abbondanti. Vediamo allora a Oxford Roberto Grossatesta fondare il metodo sperimentale; a Parigi Giovanni Buridano, ispirato dalla dottrina cristiana della Creazione, fare il primo passo decisivo verso la elaborazione della dinamica proponendo il concetto di impetus, poi sviluppato da Newton nella prima legge del moto. Questi sono stati i passi essenziali, i semi dai quali è derivato l’enorme sviluppo della scienza moderna.
Allo stesso modo, la profonda credenza cattolica nella dignità dell’uomo ha incoraggiato l’invenzione e la realizzazione, soprattutto nelle abbazie, di macchine e strumenti come mulini (a vento e ad acqua), orologi, seghe; ma anche la staffa, il collare rigido e la rotazione delle colture, che hanno aumentato enormemente i raccolti sostenendo la crescita della popolazione. Questi risultati medievali costituiscono la prima rivoluzione industriale.
Quali sono gli aspetti culturali e sociali del Medioevo che è importante indagare per comprendere l’originalità della conoscenza scientifica e del suo metodo?
Per comprendere la peculiarità della conoscenza scientifica bisogna considerare la concezione della natura sulla quale è basata, insieme alle teorie e alle tecniche sperimentali necessarie per concretizzarla. I medievali, a partire dalle opere degli antichi greci, hanno tracciato le linee essenziali del metodo scientifico, ovvero: il riconoscimento della realtà oggettiva di un mondo razionalmente ordinato, l’esigenza di compiere esperimenti per rivelare i suoi segreti, il contributo vitale della matematica per fare emergere tale razionalità in modo sempre più preciso. Su queste basi si è sviluppato tutto il sapere scientifico fino ad oggi. Affinché ciò si realizzasse, era necessaria una struttura sociale tale da consentire e incoraggiare un dibattito libero e incondizionato. Ciò può verificarsi all’interno di gruppi ben tutelati dalle leggi e dalle autorità civili. Ed è proprio quello che offrivano le università medievali, fondate dalla Chiesa per insegnare teologia, filosofia e scienze naturali. Talvolta le autorità ecclesiastiche hanno dovuto intervenire direttamente, come nel 1277 quando il vescovo di Parigi, Etienne Tempier, ha condannato una lista di affermazioni contrarie alla fede in quanto limitatrici della potenza divina. Ma questo, paradossalmente, ha sortito l’effetto di incanalare le discussioni nella direzione che alla fine ha portato alla scienza moderna.
Ci sono delle figure della scienza medievale che si presentano come particolarmente esemplari e possono portare contributi utili al dibattito attuale sulla scienza e sui suoi rapporti con la cultura e la società?
Ho già accennato ai lavori pionieristici di Grossatesta e Buridano, ma posso citarne altri come Oresme, allievo di Buridano, o i matematici del Merton College come Bradwardine, Heytelsbury, Swineshead e Dumbleton. I loro contributi, e la scienza medievale in generale, sono stati studiati con notevole dettaglio nel Novecento da Pierre Duhem, Alistair Crombie, Marshall Clagett, James Weisheipl, Annalise Maier, J. H. Randall, Dana Durand, Edward Grant e molti altri. In particolare Pierre Duhem è considerato il fondatore della storiografia della scienza: i dieci volumi del suo monumentale Système du Monde, offrono un’ampia documentazione che permette di confutare l’idea persistente che l’oppressione di una Chiesa autoritaria abbia impedito ogni significativo progresso scientifico nel periodo tra l’antica Grecia e il Rinascimento.