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Requiem per il Ppi

maggio 26, 1999 Guiso Nicola

L’ospite/Guiso

A prescindere dai risultati elettorali del 13 giugno, la mancata elezione al Quirinale di Rosa Russo Jervolino segna probabilmente l’inizio della fine del Ppi, ultima incarnazione delle sinistre politiche Dc, la dossettiana e la basista. A differenza delle altre correnti della Dc, esse non avevano radici nella società, essendo prodotti artificiali dei laboratori dell’Università Cattolica e delle Partecipazioni Statali; ed erano persuase che la storia è il prodotto delle classi dirigenti e non, soprattutto, delle forze reali che si confrontano nella società. Pertanto dossettiani e basisti si sono impegnati perlopiù sul terreno delle mediazioni e delle alleanze, dentro e fuori del partito. Ed hanno fatto delle questioni istituzionali il terreno privilegiato del proprio impegno, con l’obiettivo di coinvolgere le sinistre marxiste – e il Pci in particolare – nella guida delle istituzioni, senza lasciare tracce consistenti nella grande legislazione tra il 1948 e il 1992. Con la fine della Dc il Ppi, come detto, è stato egemonizzato dai vecchi e dai nuovi esponenti dossettiani e basisti, anche se, per esigenze elettorali, hanno preferito coprirsi con le segreterie del “moderato” Bianco e del “sociale” Marini. Secondo tradizione, pertanto, il Ppi ha contribuito a dar vita ad una alleanza organica con gli eredi del Pci e con le sinistre post-sessantottine. Ma è stata, come era logico, un’alleanza asimmetrica: per il grande scarto elettorale a vantaggio dei Ds e dei post-sessantottini, e perché il voto dei post-comunisti è stato determinante per l’elezione di circa la metà dei parlamentari popolari. I risultati sono stati il peso trascurabile delle idee e delle proposte dei popolari sui grandi indirizzi di legislazione dei governi Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema e il fallimento dell’operazione Jervolino. I grandi indirizzi di legislazione di quei governi sono stati segnati infatti dall’intesa sempre più organica dei post-comunisti (della politica e del sindacato) con parti decisive dei “poteri forti” della finanza, dell’informatica, dell’alta amministrazione, della comunicazione, che è stata consacrata il 13 maggio dall’elezione di Ciampi. L’intesa è l’attualizzazione della tendenza che – prima e dopo il Fascismo – ha caratterizzato la politica delle componenti più forti della sinistra marxista (politica e sindacale) e del capitalismo italiano, e che ha avuto quali esponenti di riferimento Giolitti, Turati, Nitti, Merzagora, Togliatti, Valletta, Lama, Visentini, Berlinguer, Agnelli, Scalfari, De Benedetti, D’Alema. Intesa perseguita dai “poteri forti” e dalle sinistre marxiste e post marxiste perché avrebbe consentito agli uni di privatizzare i profitti e di socializzare i rischi e le perdite, oltreché assicurarsi una sostanziale pace sociale. E alle altre di avvicinarsi progressivamente al potere politico e poi di conquistarlo. Il costo dell’intesa è sempre stato (ed è) pagato, volta a volta, dai contadini, dal Mezzogiorno e dai ceti medi produttivi. L’operazione Jervolino è fallita perché la sua elezione avrebbe portato al vertice del potere istituzionale un soggetto privo di forza e di rappresentatività autonoma, e perdipiù estraneo alla logica dell’intesa tra “poteri forti” e sinistre post-comuniste. Dunque la pochezza tattica dei popolari nella vicenda ha favorito, ma non determinato il fallimento dell’operazione. È per queste ragioni che la mancata elezione della Jervolino appare l’evidente manifestazione dell’esaurirsi del ruolo e della funzione del Ppi nato dalla disintegrazione della Dc, senza che vi siano reali possibilità di invertire il corso delle cose. Per sua natura, infatti, il Ppi è nell’impossibilità di crearsi uno spazio autonomo nella realtà politica, sociale e istituzionale fuori dall’alleanza subalterna alle sinistre, a loro volta strette da un patto di ferro coi “poteri forti”. Inoltre, perché (improbabili ma possibili) tentativi di rivincita che arrivassero a minacciare la stabilità della coalizione verrebbero stroncati dalle decine di deputati e senatori la cui rielezione dipende al cento per cento dai voti dei diessini. La prova? Marini e Bianco, a nome soprattutto delle forze che realmente contano nel partito, hanno riconfermato la piena fedeltà all’alleanza di centrosinistra. Anche se Bianco ha azzardato dire che non è detto che in vista delle elezioni del 2001 il “premier” designato dall’alleanza dovrà essere necessariamente D’Alema. Chissà che paura ha suscitato la minaccia a Palazzo Chigi e dintorni.

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