Repubblica, burqa e sexy-shop

più dell’islamismo e della pornografia potè il relativismo culturale. che è l’imprinting dell’editoria l’espresso-repubblica. ripasso di un anno di mancata liberazione femminile. e della filosofia del mullah u. g.

Il Vangelo ci insegna a non puntare il dito sulla pagliuzza nell’occhio degli altri. Quindi, prima di discutere della condizione femminile nel resto del mondo, puntiamo bene i riflettori sulla trave nell’occhio del nostro Occidente. Nell’autunno del 1999 le Nazioni Unite informavano che solo in Europa ogni giorno una donna su cinque subiva violenza da parte degli uomini, mentre negli Stati Uniti ogni 15 secondi una donna veniva aggredita dal proprio coniuge (S. Di Lellis, “Allarme delle Nazioni Unite, uccide più lo stupro del tumore”, Repubblica, novembre ‘99). C’è da aggiungere soltanto che la libertà dalla secolare tirannia del suo violento compagno la donna occidentale se l’è conquistata al prezzo della schiavitù del doppio lavoro dentro e fuori casa (tutti gli studi recenti confermano che la donna lavora in media svariate ore al giorno più dell’uomo).

Ci sono botte e botte
Sia dunque chiaro a tutti che l’Occidente non è il migliore dei mondi possibili. Ma a questo bisogna aggiungere che l’Occidente non è certamente il peggiore dei mondi esistenti. Questo non lo dice Oriana Fallaci ma l’Unicef. In un recente comunicato l’Unicef ha denunciato che negli ultimi anni sono sparite 60 milioni di donne nel Terzo Mondo a causa di violenze, malattie e malnutrizione (nei paesi non occidentali il cibo migliore e i medicinali sono riservati agli uomini). Infibulazione, compravendita di donne, soppressione di neonate, abuso sessuale non punibile sono consuetudini regolate dalle leggi di quasi tutti i paesi del Terzo Mondo (cfr. S. Di Lellis, “Donne, l’inferno domestico”, Repubblica, 160). Hanno un bel dire gli allegri cantori del relativismo culturale che fra una donna maltrattata in Occidente e una donna maltrattata in Oriente non c’è nessuna differenza qualitativa, che le botte sono uguali dappertutto e quindi non stiamo a sottilizzare ecc. Innanzitutto una differenza qualitativa e quantitativa c’è di sicuro, visto che in Occidente le donne vengono picchiate, violentate e uccise ma non infibulate e vendute, e visto che nel complesso vengono picchiate, violentate e uccise molto meno che in Oriente. In secondo luogo c’è un’enorme differenza sostanziale: l’uomo occidentale maltratta la donna contro le leggi occidentali, mentre il non-occidentale maltratta la donna senza andare contro le sue leggi. Se nel nostro occhio c’è una trave, nel loro c’è perlomeno una foresta…

Delitto d’onore culturalmente accettabile
Hanno un bel dire gli allegri cantori del relativismo culturale che la clitoridectomia è una consuetudine tribale che le leggi islamiche non sono riuscite ad estirpare. Seppure non sia esplicitamente imposta, non è neppure contraria alle leggi islamiche. Questo l’ha imparato a sue spese la dottoressa e scrittrice egiziana Nawal El Saadawi, la quale «viene accusata di femminismo di stampo occidentale per il solo fatto di sollevare la questione». La sua battaglia in difesa dei diritti delle donne le è costata un processo per apostasia (“reato” che la espone alle vendette dei fondamentalisti) tenutosi al Cairo nel 2001 (F. Malti-Douglas, “Tre aneddoti, tre condannate a morte”, L’Unità, 1961). Che in Medio Oriente uccidere una donna non sia considerato poi un gran reato lo sa bene chi ci è vissuto. «Chiunque sia cresciuto in Medio Oriente sa che l’uccisione è tra le conseguenze dell’aver disonorato la famiglia». Così si esprimeva in un tribunale americano un docente universitario di antropologia, «nato e formatosi a Gerusalemme», chiamato come testimone della difesa nel processo contro Zein Isa, omicida della figlia sedicenne Tina. Dal momento che era controllato dalla polizia per sospetto di attivismo politico, «le urla di Tina e la sua morte sono state immortalate su nastro. Gli elementi che portarono all’omicidio avevano tutte le connotazioni del cosiddetto delitto d’onore: una figlia araba che tra gli atti “vergognosi” annoverava la frequentazione di un ragazzo afro-americano; e una famiglia, sorelle comprese, per cui quest’onta andava lavata. Ellen Harris, cui si deve l’indagine a tutt’oggi più approfondita sul caso Tina Isa, ha documentato altri “delitti d’onore” commessi in tempi recenti, uno più orrendo dell’altro» (Ibidem). Poiché ovviamente i comportamenti disonorevoli sono prerogativa quasi esclusiva di mogli e figlie, «il delitto d’onore diviene così una forma di ginocidio culturalmente accettabile».

Il diritto di picchiare la moglie
Ora questo “ginocidio culturalmente accettabile” non solo viene esportato in Occidente da certi immigrati che non vogliono farsi intaccare dalla corruzione occidentale, ma questi immigrati spesso trovano dei difensori occidentali dentro i tribunali occidentali. L’autrice americana del succitato articolo, Fedwa Malti-Douglas, parla di una sua amica antropologa «star di tutte le aule di tribunale in cui è chiamata a testimoniare per la difesa nelle cause a carico di immigrati mediorientali» la quale sostiene che «tali usanze (in questa sede le definirei piuttosto “crimini”) rientrano e sono costitutive di un sistema culturale che va compreso di per sé, senza interferenze da parte di osservatori non indigeni (leggi: occidentali)». Col risultato che «la sua insistente testimonianza nei tribunali d’America sul diritto o meno di picchiare la propria moglie in virtù di un principio sancito dalla tradizione culturale o religiosa, può portare in ultima analisi, volenti o nolenti, ad un abuso delle donne di portata globale» (Ibidem).

D – la repubblica delle donne (o dei sellini casuali?)
Il vero problema non sono le usanze millenarie dei non-occidentali, ma il relativismo culturale che sta corrodendo dall’interno, come un acido, la civiltà occidentale. Più che i delitti d’onore ci preoccupano gli antropologi che ne discutono e che, discutendone, esplicitamente o implicitamente, poco o tanto li giustificano. Più che le vedove indiane bruciate sul rogo funebre del marito ci preoccupano i dibattiti da salotto sulle culture altre da rispettare anche quando bruciano le vedove (di questo si discuteva amabilmente sul The Times Literary Supplement del 14 settembre 2001 in un articolo dal titolo “Why do they burn widows?” di cui riferiva Beniamino Placido su Repubblica). Più che i matrimoni poligami contratti di nascosto dagli immigrati musulmani ci preoccupa il fatto che i radicali ne chiedano la legalizzazione in qualità di contratto “fra adulti consenzienti”. Intanto nell’inserto femminile di Repubblica si possono leggere queste cose: «Qui in Italia ci sono 22 milioni di donne che votano e 20 milioni di maschi che votano. – dice Ali Abu Shwaima, presidente del Centro Islamico di Milano e Lombardia – Dunque, nell’età della maturità ci sono 2 milioni di donne in più degli uomini. E se c’è una legge che dice che un uomo non può sposare più di una donna, ciò vuol dire che 2 milioni di donne non hanno il diritto alla maternità, visto che non si dovrebbero avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. (…) Inoltre la donna, per questioni fisiologiche, non è disponibile all’atto sessuale almeno cinque giorni al mese. E si sa che alcuni uomini hanno bisogno dell’atto sessuale quotidiano: è la loro natura e se glielo si impedisce, loro vanno a cercarlo altrove. Nella società occidentale, tutti sanno che molti uomini hanno l’amante, ma questa amante non ha alcun diritto… Dunque o si creano confusioni sociali, o gli uomini possono sposare più donne…». (U. Galimberti, “Noi e l’Islam. Che cosa ci divide?”, D la Repubblica delle donne, 3153).
Potrei ribattere che, se in Occidente ci vorrebbe la poligamia per ovviare allo squilibrio numerico fra uomini e donne, per la stessa logica in Cina, dove le giovani donne scarseggiano per una serie di aberranti cause (la politica comunista del figlio unico sommata alla consuetudine millenaria della soppressione delle neonate), ogni donna dovrebbe sposare almeno cinque uomini. Potrei ribattere che, se certi uomini hanno molte amanti, anche certe donne hanno molti amanti, i quali, poverini, non hanno i diritti di un marito…
Ma è ridicolo perdere tempo a controbattere a degli argomenti ridicoli.

Sexy shop e moschee
Più che le esilaranti affermazioni del capo musulmano ci preoccupa un Galimberti che non osa controbattere perché convinto che il rispetto consista nella «capacità… di ipotizzare che l’altro abbia un tasso di verità superiore al mio, a cui io non riesco ad accedere» (Ibidem). Anni fa con parole simili egli si diceva convinto fosse necessario «acquisire l’intima convinzione dell’assoluta eguaglianza di ogni diversità e dell’uguale valore di ogni valore», fino ad approdare ad una «tolleranza teorica, che consiste nel supporre che chi la pensa diversamente da noi possa avere un grado di verità superiore al nostro» (D, la Repubblica delle donne, 241198). Ironia della sorte, alcune pagine addietro nello stesso numero era fornito un esempio pratico «dell’assoluta eguaglianza di ogni diversità e dell’uguale valore di ogni valore». In un lungo articolo era narrata la storia della scrittrice del Bangladesh Taslima Nasreen, condannata a morte dai fondamentalisti del suo paese per avere denunciato «la continua e quotidiana violenza che, in una società autoritaria e patriarcale come il Bangladesh, viene “normalmente” consumata sul povero corpo della donne”» (ivi). Fa specie che la “tolleranza teorica” verso la cultura che la donna la vuole sottomessa al maschio poligamo, sia propagandata sullo stesso giornale in cui la storica femminista Germaine Greer, oggi 64 anni, presenta il suo nuovo libro a base di foto di adolescenti scaricate da Internet (The boy), spiegando: «Voglio rivendicare il diritto per le donne di apprezzare la bellezza delle vite poco vissute dei ragazzi: veri ragazzi, non trentenni melensi con il torace depilato» (D, 763). Curioso segno dei tempi che la tolleranza verso il chador e il burqa stia accanto all’esaltazione della pornografia come strumento di emancipazione delle donne… («le donne devono essere educate a guardarlo», si leggeva, per fare un solo esempio, su D, 353).
Donne sotto il burqa da una parte e pornostar dall’altra, sexy-shop da una parte e moschee dall’altra. Che sia questo il futuro dell’Europa?