Repubblica attacca la legge 40 ma si tradisce rivelando la tristezza della provetta

Si cerca di appagare i desideri che diventano diritti. L’esito è il senso di colpa delle madri e lo spaesamento dei figli, come testimoniano gli intervistati.

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Sono ormai quasi tremila i bambini che nascono in Italia tramite fecondazione assistita eterologa. Ossia con due mamme e un papà, due papà e una mamma, o semplicemente una mama e un papà di cui non conoscono l’identità. La famiglia eterosessuale, omosessuale e monoparentale con un donatore terzo, come scelta in cui farli cresce, sono dunque opzioni in crescita.

I DRAMMI DEI FIGLI. A darne notizia è Repubblica di ieri, che parla con scandalo del fatto che questo in Italia avvienga a spese della coppia sofferente, che deve andare all’estero a realizzare il suo desiderio. Il giornale di Largo Fochetti raccoglie le testimonianze dei figli dell’eterologa per sostenere la sua tesi di abolizione della legge 40 sulla fecondazione assistita, ancora troppo restrittiva non permettendo il riconoscimento dei donatori. Ma in realtà l’articolo si tradisce, facendo apparire la pratica triste e dannosa in sé, sia per i figli sia per le persone che l’hanno scelta: «Chiamatelo Jacopo, che è il nome del suo migliore amico. Oggi ha dieci anni ed è un ragazzo sensibile ed equilibrato, ma non sarei onesta se non dicessi che gli manca un padre», spiega Daniela B. giustificandosi così: «Quando ho deciso di averlo, da sola, ero reduce da più di una storia fallita, un figlio era la cosa che più desideravo al mondo». Giustamente, come ogni donna, Daniela desiderava una famiglia, ma siccome non arrivava, decise di costruirsela da sé. Il problema è che così fatta la famiglia non ha reso felice il figlio e quindi nemmeno lei. La tristezza trapela anche dalle sue dichiarazioni successive: «Scriveva delle lettere a un papà immaginario, una specie di cavaliere forte e coraggioso. Ho dubitato fortemente della mia scelta in quel momento, mi sono sentita egoista». Nemmeno l’aiuto della psicologa sarebbe servito, perché «ho iniziato a parlare con Jacopo», ma se il bambino si è tranquillizzato, «sapere esattamente come è venuto al mondo non lo ha reso felice».

GLI ESPERTI SI TRADISCONO. Seguono testimonianze di persone con figli nati all’estero, che però non possono risalire ai donatori. E di esperti che parlano di necessità di dire ai bambini dell’«amore» dei genitori che «pur di meterli al mondo hanno chiesto aiuto a un donatore», con tanti sacrifici. Ma i dubbi vengono alla luce, tanto che si riportano le parole di Mari Rita Parsi, terapeuta dell’infanzia: «I figli sono un dono, bisogna rispettarli. C’è qualcosa di estremo in questa corsa ad averi ad ogni costo».

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