“Il ritorno della casta” (e complimenti al conduttore di “Report” per l’originalità del titolo) è il perfetto breviario del clima di un paese in cui certe toghe non si sentono parte del processo, ma parte dello scontro politico
Il conduttore di Report Sigfrido Ranucci durante la presentazione del comitato “Società civile per il no” al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, Roma, 10 gennaio 2026 (foto Ansa)
Prima o poi questo malandato paese farà i conti con i danni arrecatigli dalla saga sulla “casta” inaugurata da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo anni fa, epitome assoluta dell’arguta sfiducia nel sistema costituito e nutrimento corroborante per populismi pauperisti e demagogici assortiti. Quel termine ha fatto presa e breccia, si è sedimentato nella coscienza collettiva, inaugurando la stagione di caccia grossa alla politica e aprendo praterie per tutte quelle forze che, tra un certo modo di intendere la magistratura e grillismi assortiti, ci hanno sprofondati esattamente dove siamo oggi.
Perché poi a ben vedere la casta contro cui scagliarsi è sempre stata una sola: la politica. Mai, mai, nemmeno per errore indicare altri settori quali “casta”, e lo sanno bene in termini di fortuna arrisa, copie vendute e biasimo generale, gli autori che pure provarono a individuare nella stessa magistratura altro genere di casta. Non stupisce quindi che Sigfrido Ranucci abbia deciso di titolare il ...
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