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Io speriamo che me la cavo anche oggi. Racconti di vita vissuta nella scuola italiana invasa dagli stranieri

Voci di insegnanti che tra boom dell'immigrazione e famiglia in crisi sono diventati assistenti sociali. Alle prese con bambini in lacrime perché non sanno la lingua, piccoli selvaggi fuori controllo e alunni che dormono in classe perché di notte lavorano

Laura Borselli
05/10/2014 - 3:30
Interni
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scuola-italia-alunni-stranieri-tempi

Ormai la maggior parte dei libri di testo viene accompagnata da un opuscoletto gratuito, una sorta di compendio con la versione ridotta e semplificata dei contenuti. Non serve a rimpolpare la biblioteca dello studente fanatico della sintesi, ma a facilitare l’apprendimento di coloro che non padroneggiano l’italiano. Dislessici, ragazzi con difficoltà di apprendimento e soprattutto stranieri.

Nell’anno scolastico 2012 secondo i dati forniti dal ministero dell’Istruzione erano 755.939 gli alunni con cittadinanza non italiana. Nella scuola dell’obbligo 9 alunni su 100 sono stranieri. A partire dall’anno scolastico 2003-2004 il numero degli stranieri è raddoppiato nella scuola primaria e secondaria di primo grado mentre è triplicato nei rimanenti ordini di studio. Molti stranieri sono nati in Italia, dunque di solito in grado di parlare correttamente l’italiano. Diverso è il caso di quelli che arrivano, magari in seguito a un ricongiungimento familiare, e che vengono inseriti a scuola di punto in bianco. Per loro la lingua è solo uno dei problemi da risolvere per arrivare a una vera integrazione.

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«A volte arrivano a giugno e a settembre sono già sui banchi. Le nostre scuole sono obbligate a non respingere nessuno e su come aiutarli dobbiamo inventarci sempre qualcosa di nuovo». A parlare è Emma (nome di fantasia come quasi tutti quelli di adulti e ragazzi che seguiranno), insegnante di francese in una scuola media della periferia sud di Milano. Pochi giorni fa, il primo giorno di scuola, ha dovuto rincorrere una ragazzina dell’Est Europa che alla campanella delle undici è scappata in strada. «Non aveva capito nulla di cosa stava succedendo poverina. E forse nel suo paese la campanella suona una volta sola». Quella di Emma è una di quelle scuole all’avanguardia dove intorno alla necessità di integrazione si modella la didattica.

Mediamente ci sono 4-5 stranieri su classi di 20 alunni. Quello della composizione delle classi, all’inizio dell’anno, è un lavoro che richiede pazienza e l’utilizzo di una sorta di Cencelli delle etnie (28 solo in questa scuola) e delle difficoltà di apprendimento diagnosticate. Esiste anche una legge, voluta dal ministro Gelmini, che stabilisce un tetto del trenta per cento degli stranieri in ogni classe. Però c’è anche una legge che impone di accogliere a scuola tutti, anche i clandestini, praticamente in qualunque periodo dell’anno. Così la realtà che si vive nelle classi (parliamo di statali perché ancora oggi le paritarie sono un costo quasi totalmente a carico delle famiglie che gli immigrati raramente si possono permettere) è figlia dell’improvvisazione di migliaia di insegnanti e dirigenti scolastici, che in alcuni casi cercano di trovare una strada nella mancanza cronica di strumenti e fondi; in altri casi vivacchiano, provati dal cinismo o dalla disillusione di chi si sente schierato in prima linea con una fionda.

«Quando porto i ragazzi a giocare a calcio o propongo delle iniziative fuori dalla scuola i miei colleghi mi mettono in guardia: stai attento, così rischi». Claudio insegna lettere alle medie e nella sua onorabile carriera di precario ha lavorato in diverse scuole dell’hinterland milanese. «Se proponi qualcosa ai ragazzi ti vedono come una specie di missionario picchiatello o come uno che rischia di passare da pedofilo». Racconta che un anno, su 18 alunni, 13 non erano italiani, alcuni parlavano a fatica, altri neppure una parola. Quando va bene ti guardano smarriti per ore interminabili, quando va male organizzano la sedizione con l’internazionalissimo linguaggio dei gesti. Chi sta in cattedra deve tentare prima di farsi capire poi di trovare qualcosa di interessante da dire.

«Ormai – racconta ancora Emma – ogni ragazzo ha una problematica specifica, non riesco a ricordare l’ultima volta che ho potuto proporre una verifica uguale per tutti». Va da sé che le proprie materie di insegnamento siano secondarie. Nella scuola di Emma i neo arrivati all’inizio dell’anno fanno lezione di italiano per due settimane, per entrare in possesso dei rudimenti della lingua, il resto dell’anno prosegue in classe con attività diverse rispetto a quelle dei compagni, quando è possibile con l’aiuto dell’insegnante di sostegno. Ovviamente però con chi arriva ad anno scolastico inoltrato non si può che mettere delle pezze, tentando di insegnare l’italiano quando possibile.

«Se non ci fossero gli oratori e le società sportive non so come faremmo», osserva Chiara, insegnante in una scuola media della periferia Nord di Milano. Quest’anno ci sono circa 4-5 stranieri per classe, l’italiano lo sanno molto bene, ma fanno gruppo solo tra di loro. «I sudamericani quando arrivano sono molto disciplinati, poi quando vedono gli altri che sono molto scalmanati si adeguano.… Giocando a calcio o andando all’oratorio a fare i compiti fanno amicizia coi compagni e quello è un modo ottimo anche per colmare le lacune linguistiche».

Ma l’isolamento è spesso più culturale che linguistico. Chun faceva la seconda media e come tutti i suoi connazionali cinesi dava poca confidenza, le ore a scuola erano una pausa nelle sue lunghissime giornate di lavoro. «Metteva la testa sulla mano e dormiva. Era sempre stanchissima», racconta Chiara. «Ho capito che quando non era a scuola lavorava. Finché un giorno, come purtroppo capita spesso, è sparita». L’insegnante prova a cercarla, scopre il negozio in cui lavora, riesce a raccogliere qualche notizia e molte bugie. Un giorno è la stessa Chun a rispondere al telefono, ma evidentemente non può parlare liberamente. «Non l’ho più sentita e non so che fine abbia fatto». Esattamente come accade ai loro compagni italiani, anche i ragazzi stranieri sono condizionati dalle aspettative e dall’esempio della propria famiglia. Come Marco, rumeno. «Determinato, volenteroso. Vedeva i suoi che si spaccavano la schiena come domestici e operai. Lui e il fratello sono arrivati fino al diploma».

«Come Rosa, che è arrivata all’università e ancora mi manda dei messaggi». Siamo in provincia di Viterbo e la professoressa Maria Letizia Tombolini insegna inglese nell’obbligo formativo dei centri di formazione professionale. Sarebbe la seconda lingua obbligatoria, ma di fatto, quando le classi sono composte da 20 stranieri su 26 alunni, la seconda lingua è l’italiano e trovare spazio per l’inglese è un’impresa. Come e ancora di più che per gli italiani, questi percorsi sono vissuti come un ripiego, scelti dagli alunni non italofoni reduci da insuccesso nei percorsi tradizionali. Il risultato è un campo di battaglia, in cui i professori cercano di farsi strada, appigliandosi ai ragazzi volenterosi, improvvisandosi assistenti sociali, guardiani dell’ordine pubblico prima che i banchi volino dalla finestra (tutto vero). «Ho un ragazzo che frequenta il corso di acconciatura e mi aspetto che sia costretto ad abbandonare gli studi da un momento all’altro. È bravo, volenteroso, ma come può un ragazzino di quindici anni studiare serenamente quando a casa ci sono genitori (quando ci sono) che vivono di espedienti e magari entrano ed escono di prigione?».

Il grande tema sono le famiglie, che vivono le scuole come un parcheggio, disgregate da separazioni violente o prostrate da situazioni di enorme disagio economico. E questo non è certo uno scenario che riguarda soltanto gli straneri. Come racconta Chiara: «Non riesco a togliermi dalla testa le lacrime di una mamma, italiana, quattro figli, marito disoccupato da due anni. A fine mese le rimangono 150 euro e ne spende 40 per le ripetizioni. “Professoressa io ci tengo, voglio che vada bene a scuola, ma non so più come fare”».

Maria Letizia Tombolini è presidente in Lazio di Articolo 51 (realtà creata in Lombardia dalla dottoressa Angela Ronchini) e con la sua associazione sta cercando di organizzare corsi di italiano per ragazzi da proporre prima che la scuola inizi. «Spesso a noi servono gli interpreti, e spesso non ci sono neppure, per parlare coi genitori dei ragazzi. Quando riusciamo a trovarli…». La professoressa ha un giudizio positivo del tetto massimo di stranieri per classe voluto dal ministro Gelmini e nei fatti disatteso. «In quel lasso di tempo in cui è stato realmente in vigore ci ha aiutato. Non è questione di razzismo ma di rendere possibile a noi di lavorare e ai ragazzi di imparare».

I ghetti non servono
Qualche settimana fa è finito sui giornali il caso di una scuola materna di Padova in cui in una classe c’era una sola bimba italiana e tutti gli altri stranieri (vedi l’intervista della madre a tempi.it). «Lì qualcosa non ha funzionato», osserva Simona Malpezzi, parlamentare del Pd. «In quel quartiere c’erano una comunale, una statale e una paritaria: bisognava fare un discorso di razionalità coinvolgendo tutte e tre le scuole e gli enti locali». L’onorevole, che ha una carriera di insegnante di storia in una scuola superiore di Pioltello, comune in cui oltre il 28 per cento della popolazione scolastica è costituito da stranieri, insiste anche sull’importanza dei mediatori culturali, che servono ad entrare in contatto con famiglie in cui di solito è solo il padre a parlare l’italiano. «In una classe di soli alunni stranieri non si può insegnare. Se no non è intercultura, è ghetto. Il tetto è garanzia per tutti. All’interno della Buona scuola di Renzi non si parla di integrazione. Non ancora, è un capitolo su cui mi sto personalmente adoperando. L’organico funzionale di cui parla il documento del governo e su cui abbiamo aperto le consultazioni potrebbe prevedere anche un insegnante di italiano per gli stranieri. La scuola dell’autonomia può e deve farlo».

In questo periodo dell’anno nella classe di Anna ci sono un paio di bambini che non fanno che piangere. Anna insegna da molti anni in una scuola materna di Civitanova Marche. Bambini di tre anni che non capiscono una parola di quello che la maestra dice esprimono il disagio piangendo. Bisogna coccolarli, accoglierli ancora più degli altri. «Facendo molte attività manuali siamo facilitati a coinvolgere i piccoli stranieri». Anna ricorda con affetto il percorso di Reza, una bimba afghana che arrivò senza sapere una parola. «Nemmeno la sua mamma parlava italiano, però i genitori erano molto presenti e quando avevamo bisogno di parlargli mandavano un biglietto al padre, l’unico che parlava italiano in famiglia». Negli anni della materna Reza ha fatto passi da gigante, superando la barriera linguistica per far vedere il proprio carattere, anche coi “bulletti” della classe, certo non razzisti ma crudeli e “ruvidi” come solo i bimbi sanno essere, che le portavano molto rispetto. «Presto riuscì a capire i compiti da fare ed era sempre la prima a finire. Un giorno mi ha portato un bel disegno, anche lì aveva finito per prima. “Bravissima”; le ho detto. Dopo un po’ è tornata con lo stesso disegno: “Sì, ma ti piace maestra?”. Non le bastava aver compiuto il suo dovere, voleva anche un giudizio estetico».

Tags: Educazioneimmigratiimmigrazioneistruzionela buona scuolamariastella gelminiMatteo RenziScuolasimona malpezzistranieri
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