Quirinale. «Il Parlamento è confuso. Chiunque diventerà presidente, farà i conti con un raffinato totalitarismo»

Intervista a Paolo Cirino Pomicino: «Il presidente deve avere una caratura istituzionale che un tecnico non ha, né può avere»

Romano Prodi, Walter Veltroni, Pierluigi Bersani. O Gianni Letta, Giuliano Amato, persino Anna Finocchiaro e Pier Ferdinando Casini. È iniziato il totonomine per il Colle, con la ridda di candidati avanzati per il Pd (i primi tre nomi) o per Forza Italia (gli altri quattro). Per una vecchia volpe della politica italiana quale Paolo Cirino Pomicino, che di elezioni presidenziali ne ha vissute cinque, una cosa è certa: «Il prossimo presidente si troverà a guidare un paese con una democrazia parlamentare profondamente cambiata. Ma in peggio».

Avrà letto l’elenco dei papabili per il Quirinale: i nomi che stanno girando in questi giorni vengono fatti per bruciare qualcuno, come spesso accaduto nel passato?
Quando non c’è qualcuno che si staglia al di sopra degli altri, come in questo caso significa che la ridda dei nomi è frutto della naturale curiosità giornalistica e degli italiani. È del tutto normale. Quelli che girano sono nomi apprezzabili ma ad emergere con chiarezza è la spiccata confusione del Parlamento. Oltre a un secondo aspetto che nessuno ha messo in luce.

Cioè?
Questo presidente si troverà a guidare il paese in una democrazia parlamentare profondamente cambiata sul terreno delle riforme. Un sistema elettorale che consegni il paese ad un solo partito, che a sua volta sarà guidato da un solo uomo, è devastante Oggi tutti i partiti sono già guidati da un padre padrone, ma con la nuova legge elettorale basterebbe avere il 30 per cento dei voti per arrivare di botto al 40 per cento e prendere la maggioranza assoluta in Parlamento.

E quindi?
Quindi un segretario che rappresenta una minoranza di fatto, si troverà a scegliere la maggioranza di deputati nominati di suo gradimento. Quali altri elementi servono per capire che ci troviamo di fronte ad un meccanismo “totalitario”? Il presidente dovrà svolgere una funzione di contrappeso democratico, che in realtà dovrebbe svolgere il Parlamento: se i deputati fossero eletti con le preferenze, almeno ci sarebbe un’assemblea rappresentativa della realtà del paese. Ma per ora sembra che così non sarà.

Questa elezione presidenziale è paragonabile a qualcuna di quelle del nostro passato?
No, perché in tutte le altre elezioni c’era uno scontro all’interno dei partiti e tra i partiti, però il sistema politico e la democrazia parlamentare non venivano cambiati. Oggi invece ci troviamo ad eleggere non «l’arbitro» di cui parla Renzi alla direzione del Pd, bensì un presidente che si troverà in corso d’opera ad assistere ad un cambiamento radicale. Il futuro presidente dovrà essere molto forte perché chiunque sarà il prossimo premier, sarà anche il padrone del Parlamento. E questa è una cosa senza precedenti, o quasi.

Si spieghi meglio.
L’unico precedente è quello del 1924 quando era in vigore la legge Acerbo: si prevedeva che il partito che avesse raggiunto il quorum del 25 per cento dei voti, avrebbe avuto come premio di maggioranza i due terzi dei seggi. Il meccanismo era lo stesso alla base della nuova legge elettorale: privilegiare la governabilità a discapito della democrazia. Per carità, il contesto del ’24 era diverso e oggi non c’è il fascismo come allora. Magari non si arriverà ad un nuovo balcone su piazza Venezia di mussoliniana memoria, però si arriverà ad una più raffinata deriva totalitaria, più moderna sicuramente, ma sempre totalitaria.

C’è un nome tra quelli usciti che ha più chance di arrivare al Quirinale?
Sono tutti apprezzabili. Vedo ogni tanto il nome di un tecnico, ma per fortuna ci si sta rendendo conto che la carica del presidente è politica. Il presidente deve avere una caratura istituzionale che un tecnico non ha, né può avere.

Secondo lei si arriverà a superare le divisioni interne al Pd e a Fi per un largo consenso su un nome?
No, a detta dello stesso Renzi. Il premier ha già fatto capire che punta alla quarta votazione, quando basteranno circa 500 voti e non servirà alcuna larga maggioranza. E questo non è un buon segno. Poi si può fare di necessità virtù ma il primo obiettivo di un grande partito di massa dovrebbe essere, almeno in principio, quello di arrivare ad una larga intesa con tutte le forze o la maggioranza di esse. Invece questo nella mente del premier non c’è proprio.