Questo Stato non possiamo più permettercelo

“Più che una privatizzazione quella dell’Enel è stato un parziale collocamento di azioni sul mercato, mentre la parità scolastica è un principio di libertà fondamentale. È tempo che lo Stato si tiri indietro”. Parla Alberto Quadrio Curzio, economista e preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano

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Riforma e partità scolastica, privatizzazione dell’Enel: due temi della politica che hanno riempito le cronache delle ultime settimane evidenziando quello che ormai si delinea come lo scontro in atto nel nostro paese tra statalisti e liberal-popolari, per dirla con Baget Bozzo.

Lei stesso in un fondo pubblicato qualche giorno fa sul Sole-24 Ore mostrava la contrapposizione tra queste due concezioni di stato e di democrazia.

Nel caso della scuola il punto è l’applicazione del principio di sussidiarietà perché la scuola libera in tutte le democrazie occidentali avanzate, rappresenta l’opportunità per i cittadini di scegliere dove istruirsi e fare istruire i propri figli. Una libertà che dovrebbe essere garantita dalla Costituzione. Ma chi vuole studiare in una scuola non statale dovrebbe godere di condizioni personali, familiari ed economiche, uguali a quelle che avrebbe in una scuola statale. Le modalità attuative – deduzioni fiscali, bonus o quant’altro – sono aspetti da valutare, ma la questione fondamentale è che un diritto di libertà perché sia tale deve essere praticabile. Invece principi affermati a gran voce al momento della loro applicazione pratica, vengono smentiti.

Per esempio, nel caso dell’Enel si enuncia la privatizzazione e poi si riduce tutto a un’operazione di cassetta come la collocazione sul mercato di azioni…

Appunto. Gli aquirenti delle azioni Enel hanno acquisito un titolo la cui redditività dipende dal mantenimento di una posizione monopolistica fondata sulla rendita di un sistema tariffario pagato dai cittadini. Quindi, l’intera comunità nazionale contribuisce a mantenere una rendita monopolistica che in parte darà i dividendi a coloro che hanno sottoscritto le azioni. Non solo: e se questa rendita monopolistica servisse – come pare stia succedendo – per finanziare investimenti in altri settori? Si tratterebbe si un’evidente alterazione di tutte le regole della concorrenza e del mercato Le privatizzazioni, inoltre, non dovrebbero prevedere la dismissione reale dell’impresa, in questo caso degli impianti di produzione e di distribuzione dell’energia elettrica, in modo da realizzare un sistema di concorrenza vantaggioso per i cittadini e lo snellimento della macchina statale niente? Infatti questa non è una privatizzazione: la potremmo definire il collocamento parziale, 35%, di quote di titoli azionari sul mercato. Probabilmente chi le ha comprate farà anche un buon affare, ma il problema a monte, della rete, la determinazione dei prezzi, la possibilità di una reale concorrenza, resta intaccato. Certo, il nostro paese esce da una condizione di statalismo impressionante e necessita di tempi di transizione. Dal ’92 a oggi, 120mila miliardi di dismissioni sono stati, comunque, attuati. Nel caso dell’Enel se avessero venduto tutto, il mercato forse non l’avrebbe assorbito.

Intanto le statistiche sull’Italia parlano di disoccupazione, soprattutto giovanile, tra le più alte, tasso di crescita tra i più bassi, inflazione al 2%…

Il nostro paese ha già dimostrato capacità di recupero formidabili grazie soprattutto al sistema della piccole e medie imprese e agli italiani che si sono accollati un notevole carico fiscale. La politica invece non offre risposte soddisfacenti: posizioni monopolistiche, scarsa applicazione del principio di sussidiarietà, una pubblica amministrazione inefficiente… In sostanza ci troviamo dei costi addizionali che gravano sul cittadino, sull’impresa, sulla famiglia che altri paesi non hanno. E questo non possiamo più permettercelo: la Francia, che non è certo una locomotiva economica, cresce al 2,5% con lo 0,6% d’inflazione, l’Italia cresce all’1% col 2% d’inflazione. Lo Stato deve compiere dei passi indietro, lasciando ai privati, al terzo settore, chiamiamolo pubblico libero o privato sociale, tutto quello che può fare il non-Stato.

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