Quel razzista di Dumbo

Prima di trasmettere i propri cartoni animati del passato, Disney Plus avverte che essi potrebbero non essere politicamente corretti

Attenzione, l’articolo che state per leggere dovrebbe cominciare con il disclaimer “Vi meritate Trump” ma siccome non siamo in un film di Walt Disney, ecco i fatti.

Disney Plus, piattaforma per vedere contenuti Disney a pagamento che è appena nata e vanta già 10 milioni di iscritti, ha deciso di immunizzare i bambini dall’ormai codificata sindrome delle cose “figlie del loro tempo”, inserendo all’inizio di molti suoi grandi classici il seguente disclaimer: il film che state per vedere «si presenta così come era stato creato in origine. Può contenere rappresentazioni culturali obsolete».

GATTI SIAMESI E CORVI AFROAMERICANI

Che vuol dire? Vuol dire che è stato decretato lo stato di colpa permanente o, come piace spiegarlo ai detrattori di Peter Pan, che rappresentare i nativi americani come selvaggi col copricapo di piume che fanno “augh!” è cosa orrendamente stereotipata e razzista (la pellicola è del 1953). Stesso discorso per il capo dei corvi di Dumbo (1941), tale Jim Crow, dal nome delle leggi sulla segregazione razziale, uno che fuma il sigaro e nella versione originale parla con accento afroamericano. O per i gatti siamesi Si e Am di Lilli e il Vagabondo, che essendo siamesi hanno gli occhi a mandorla e canticchiano con parlata asiatica disinvolta. O per il gatto cinese che suona il piano con le bacchette nella catapecchia degli Aristogatti. E che ci fa un orso bruno di origine nordamericana come Baloo nella giungla indiana di Mowgli a dare addosso alle scimmie isteriche con tratti afro che vogliono rapire il cucciolo d’uomo?

PURGARE, CENSURARE, MOZZARE IL PASSATO

Nulla di nuovo, da anni in America è in corso un’opera di igiene delle eredità, ci è passato Cristoforo Colombo, National Geographic, perfino il papà del Grinch e dell’elefantino Ortone, l’amatissimo dr Seuss: ogni statua, rigo, disegno foriero di razzismo, sessisimo, colonialismo viene scientificamente purgato, censurato, decapitato. E che fa Disney? Ci mette la pecetta, una dichiarazione di “non responsabilità” che ha scatenato un dibattito ancora più sconclusionato tra opinionisti e accademici.

Se prima era molto cool appellarsi al discorso democratico della discriminazione per mettersi al seguito dei mozzatori di teste di statue e sloggiatori di patrimoni, ora la proclamazione dei “mea culpa” deve aggiornarsi: «La società deve prendere una posizione più chiara, dichiarare che queste rappresentazioni erano e restano sbagliate», ha tuonato Psyche Williams-Forson, direttore del dipartimento di Studi Americani all’Università del Maryland, spiegando che bene ha fatto Disney a non censurare le immagini ma che occorre un giudizio più chiaro e che porti un proficuo dibattito in famiglia sul problema del razzismo. «Il nostro patrimonio culturale è profondamente legato a storie di razzismo, colonialismo, sessismo – ha fatto eco il collega Gayle Wald, della George Washington University -. Disney è il più grande fornitore di questo tipo di narrativa e dovrebbe aprire a domande e dibattiti».

In altre parole ignorare il passato non assolve l’azienda, in molti plaudono ai Disclaimer di Warner Bros – che ha esplicitamente condannato i «pregiudizi etnici e razzisti» contenuti nei suoi cartoni animati con un secco «queste rappresentazioni erano sbagliate allora e sono sbagliate ora» -, e i più fomentati suggeriscono di disimballare Dumbo o Peter Pan dall’orribile contesto in cui sono nati, suggerendo di implementare la visione dei film con note a comparsa educative firmate da storici, studiosi di cinema e scrittori, e mini-documenti da vedere primo o dopo la visione di elefanti e bambini che volano per offrire «un’opportunità di crescita, conversazione e guarigione».

BACI GAY

Non basta a Disney pagare pegno eliminando dalla piattaforma, non potendolo eliminare dalla faccia della terra, Song of the South (I racconti dello zio Tom, Oscar per la miglior canzone originale Zip-a-Dee-Doo-Dah cantata da Fratel Coniglietto) dove i neri chiamano “casa” la piantagione in cui sono costretti a lavorare e cantano felici, idealizzando i giorni del Sud prima della guerra civile. Non basta aver sfornato film come Mulan, Oceania, La principessa e il ranocchio, eliminando qualunque personaggio bianco e restituendo protagonismo a donne di ogni razza ed epoca, non basta avere inserito baci gay in ossequio al mondo Lgbtq, non basta minacciare di boicottare la Georgia del prolife Brian Kemp in nome della libera scelta e del libero aborto e festeggiare il Magical Pride per celebrare i diritti e le diversità a Disneyland Paris.

Ora il daltonismo antirazzista e arcobaleno deve formare nuove generazioni di bimbi impegnati. Perché possano vederne tante da raccontare giammai gli elefanti (con la camicia di forza culturale) volare. Poi dice perché ha vinto Trump.