Quanti Ermanno tra di noi
Pubblichiamo un estratto da Un tesoro in vasi di creta. Ermanno “lo storpio”, a cura di P. Navotti, prefazione di Paolo Prosperi (Itaca 2025, pp. 72, 10 euro), il libro concepito a supporto e approfondimento della mostra Un tesoro in vasi di creta. Ermanno “lo storpio” chiamato a guardare in alto, realizzata in occasione della 46° edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli
«Ci sono tra di noi un’infinità di esempi che non ci possono lasciare oggi come ieri, che destano in noi un’irrequietezza divina, buona, sacrosanta; non abbiamo paura di seguire, ricordiamoci che tutto può accadere, se accade la prima cosa a cui siamo debitori: quella grazia per cui ti ho incontrato, amico, per quell’istante in cui io ho sentito il mio destino identico al tuo»1.
Pur nel suo assoluto bagliore, la testimonianza di Ermanno non è l’unica a provocare la nostra umanità. Anche vicino a noi, quante persone non ci lasciano indifferenti… : per il coraggio di accettare il dolore; per l’amorevolezza nell’accudire, o la docilità nell’essere accuditi; per la pazienza nel dipendere dagli altri; la gratitudine nell’amicizia; la disponibilità al sacrificio; per la carità senza misura; per la fede. A non lasciarci indifferenti, in sostanza, sono coloro che – perfino nelle tribolazioni – stanno attaccati alla positività della vita e a chi la testimonia.
Così può accadere che i genitori di un figlio quasi completamente cieco dicano di imparare proprio da lui a vedere di più… cioè ad andare al fondo delle cose. Può accadere che una ragazza quattordicenne con una sindrome rarissima alle ossa e diversi interventi chirurgici subìti, dica alla madre di essere contenta. Può accadere che una giovane donna ammalata di sclerosi multipla, affermi che la propria vocazione sta nel portare tutti i giorni un pezzettino di croce con Gesù. Può accadere che chi assiste una persona disabile si senta sinceramente beneficiato, più che benefattore.
Tutto questo accade quando, invece che rimanere titanicamente da soli, si decide di appartenere a quella compagnia guidata al Destino che ha lo scopo di accompagnarsi vicendevolmente a Cristo, consolatore e salvatore della vita.
È accaduto anche ad Ermanno: non sarebbe stato lo stesso senza l’amico Bertoldo, il maestro Berno, i confratelli di Reichenau, la madre Hiltrud. In una parola, non sarebbe stato lo stesso senza quel preciso contesto cristiano al quale aveva voluto così profondamente legarsi. Riandando agli ultimi momenti della sua vita – quando Ermanno esorta Bertoldo a prepararsi per il suo stesso viaggio, nella certezza che si sarebbero riabbracciati – don Fabio Baroncini commenta così: «Altro che lamentarsi, lui che tutti ritenevano così sventurato! Ermanno è morto dicendo al suo amico che sarebbero stati insieme per sempre: che orizzonte! Che apertura! In Cristo, nulla è perduto di ciò che è umano. Ermanno è morto così, circondato dagli amici, dopo aver ricevuto la santa comunione».2
Ecco, una morte del genere difficilmente sarebbe immaginabile fuori da una compagnia cristiana, in una mentalità cioè in cui si preferisce decidere – piuttosto che attendere – sia l’ora della vita che quella della morte. Una mentalità in cui, come ha sottolineato papa Leone XIV, «La fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; in cui si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere»3.
Ermanno – a cui certamente non mancava l’intelligenza – non ha mai abbandonato la fede. Così come tanti tra noi.

1 L. Giussani, Il miracolo dell’ospitalità, Piemme 2012, p. 39.
2 F. Baroncini, Tiepidi… mai! (a cura di P. Navotti), Rizzoli, 2024, pp. 124-125.
3 Cfr. Papa Leone XIV, Omelia alla Messa Pro Ecclesia, Cappella Sistina, 9 maggio 2025
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!