Qualche idea per la Rai, affinché la tv non si riduca a trasmettere solo spazzatura

È necessario mettere a fuoco le esigenze morali necessarie per promuovere le potenzialità del Paese. I consigli di Pippo Corigliano

Si dice che i momenti di crisi siano portatori di benefiche novità. Speriamo che ciò sia vero anche per la Rai che ha da poco un nuovo presidente e direttore generale che fin dall’inizio hanno dichiarato di voler accentuare la finalità di servizio pubblico dell’emittente.

Finora non sono state risparmiate critiche alla Rai, ampiamente giustificate. Ma è anche vero che, nell’insieme, l’emittente è riuscita, da quando è nata, a svolgere compiti di servizio ai cittadini unendo la qualità alla capacità di comunicare con il grande pubblico. Un successo che il mondo ci ha invidiato. Il segreto è stato anche nell’intelligenza del più longevo dei direttori generali della Rai, Ettore Bernabei (1960-1974), che organizzò corsi e concorsi per selezionare i migliori cervelli d’Italia, di ogni orientamento ideologico. Bernabei era consapevole che la Rai parlava a milioni d’italiani di ogni ceto sociale e che bisognava offrir loro informazione e intrattenimento di qualità con un linguaggio accessibile: per questo aveva bisogno di personale dotato di grande cultura e, nello stesso tempo, consapevole delle esigenze della comunicazione di massa. Rivedere oggi programmi e servizi di quell’epoca provoca un moto di ammirazione per la professionalità e l’eleganza con cui erano confezionati. La Rai di quei tempi è stata fra le migliori emittenti al mondo, se non la migliore. Questo patrimonio non è andato disperso malgrado la concorrenza della televisione privata che ha trascinato anche la Rai sulla strada della raccolta pubblicitaria a tutti i costi, cioè ad ottenere denaro dalla pubblicità offrendo spettacolo e informazione capaci di attirare il maggior numero di spettatori possibile, scadendo spesso nella famigerata tv spazzatura.

Ora i nuovi dirigenti esprimono l’intenzione di rinnovare la spinta verso il servizio pubblico ed è importante che i telespettatori siano più coscienti di cosa la Rai dovrebbe fare. Il punto primo è ritornare a selezionare le persone che fanno la televisione. Giustamente qualcuno ha osservato che per formare un chirurgo che operi decentemente occorrono almeno dieci anni di preparazione dopo la maturità. Non si capisce perché il personale che incide nella vita di 60 milioni di cittadini debba essere raffazzonato e cooptato in base a dubbi criteri. Popper aveva proposto di istituire una patente per chi fa televisione: un’opportuna provocazione che è servita a ricordare la grande responsabilità dei dirigenti televisivi. Certamente la Rai è anche un’azienda che, come tale, non può perdere denaro ma il suo impatto sociale è di gran lunga più importante del suo bilancio. Assieme alla famiglia e la scuola la Rai è una delle agenzie formative della cultura e dello stile di vita dei cittadini. Gli inglesi lo hanno capito bene e vigilano sulla BBC considerandola un punto di capitale importanza per la sicurezza e il benessere nazionale. Altrettanto dovrebbero fare i nostri governanti, tenendo conto che finora la Rai è stato un fattore di prim’ordine per l’unità d’Italia e la diffusione della nostra lingua che fino a 50 anni fa molti italiani parlavano a fatica.

D’altra parte è necessario mettere a fuoco le esigenze morali necessarie per promuovere le potenzialità del Paese. Tutti sono d’accordo che bisogna stimolare nei giovani l’amore per la scienza e la ricerca. Un film come A beautiful mind ha suscitato in diverse persone un atteggiamento positivo per la matematica. I programmi come Quark di Piero Angela hanno effetti simili nei confronti di tutta la ricerca scientifica.

Tutti, anche i fautori del divorzio facile e dell’aborto libero, preferiscono che le famiglie siano unite, che i bambini crescano psicologicamente sani in un clima d’affetto, che in Italia aumentino le nascite e così via… E allora andiamoci piano con le fiction sulla felicità delle famiglie allargate (che non ha alcun riscontro nella realtà) e invece promuoviamo programmi come SOS Tata in cui si mettono a fuoco le virtù della buona convivenza in famiglia.

Siamo un Paese che ha un patrimonio unico di storia, di cultura e di arte e allora diamo un’occhiata a cosa fanno gli inglesi con le loro tradizioni. Non vediamo normalmente i programmi della BBC però nelle nostre sale, e nelle nostre tv, ci arrivano film sulla regina Vittoria, sul discorso del Re, sulla regina Elisabetta (The Queen). Shakespeare ci viene proposto e riproposto in diverse maniere, tutte comprensibili dal grande pubblico. Cerchiamo di trovare talenti che sappiano (come Philippe Daverio) riproporre gradevolmente la nostra cultura e le nostre tradizioni.

In Italia è situata la Santa Sede: si potrebbe presentare in modo interessante l’attività che la Chiesa cattolica promuove in Italia e all’estero: abbiamo un patrimonio quasi in esclusiva. Non si può ignorare che Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II e così via, continuano ad essere il sale della terra.

Mentre i programmi spazzatura, dopo i primi successi di pubblico, stufano poco dopo, film di qualità e moralmente stimolanti come Sister Act, Pretty Woman, Lo chiamavano Trinità e serie come don Matteo hanno gran successo di pubblico anche quando si replicano più volte… Di questo si accorgono i dirigenti e gli autori?

Ricordiamoci che gli americani hanno vinto la seconda guerra mondiale non solo con la produzione bellica ma mandando John Ford e Frank Capra a fare le riprese e confezionare documentari. Gli italiani della mia generazione hanno una particolare dimestichezza con l’inno dei Marines e questo vuol dir molto. Il modello americano si è imposto con i film, la musica e le soap operas. Impariamo la lezione. Gli italiani hanno dato tanto al mondo e hanno tanto da dire. Valorizziamo la creatività e i talenti che non mancano nel nostro Paese, che, malgrado gli inconvenienti, dispone di un clima di libertà e di gusto della vita che non si trova negli invidiati paesi “funzionanti” che però sono noiosi, compresa la sbornia abituale del sabato sera.

Ai tempi di Bernabei la Rai non nascondeva i problemi sociali esistenti (la donna che lavora, i problemi del meridione, le inchieste di Tv7) che venivano trattati con chiarezza ma anche con la prospettiva che era possibile risolverli. Altro che l’ennesima “inchiesta” sul sesso! Anche oggi abbiamo bisogno di una Rai che mandi gli italiani a letto contenti malgrado i tempi duri e con la speranza di un domani migliore, proprio adesso che il futuro è nebuloso. Solo chi ha speranza costruisce. Speriamo anche noi che i nuovi dirigenti televisivi tengano conto di tutto questo.