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Putin ,l’erede di famiglia

dicembre 22, 1999 Martynov Ivan

Domenica prossima la Russia andrà alle urne
per eleggere il nuovo parlamento. Saranno gli elettori a ufficializzare l’investitura presidenziale di Vladimir Putin, ex funzionario del Kgb, attuale premier del governo di Mosca e protagonista della sanguinosa campagna dell’Armata Rossa in Cecenia? Ritratto
di un pietroburghese “normale” (e di famiglie che incrociano le lame)

Sono da poco trascorsi i primi cento giorni da quando il premier Vladimir Putin è stato incaricato dal presidente vecchio e malato di salvare le sorti della famiglia, e con esse della Russia intera.

L’uomo più popolare del Regno Al momento della nomina Putin era un illustre sconosciuto, un grigio funzionario proveniente dal pozzo senza fondo del Kgb, uno dei pochi fedelissimi rimasti intorno a Eltsin a presidiare la roccaforte sempre più fragile del Cremlino. Da allora la sua popolarità è andata crescendo in modo vertiginoso, fino al punto di scalzare bruscamente dalla vetta della hit-parade politica il suo predecessore Primakov, l’uomo della vecchia guardia che sembrava aver ormai conquistato un’indiscussa leadership tra i candidati a sostituire Eltsin nel 2000. Putin ha presentato un primo bilancio della sua attività di governo alla Duma con una relazione economica in occasione dell’approvazione della legge finanziaria, senza ricevere neanche la più pallida ombra di critica da parte dei deputati di maggioranza e opposizione. Il fatto è che il premier non ha neanche provato a spiegare le sue opinioni in campo economico, per non parlare di eventuali progetti di sviluppo, ma si è limitato a un semplice resoconto delle entrate e delle uscite: è vero che a nessuno viene in mente di attaccare un premier popolare a un mese dalle elezioni, ma in ogni caso un comportamento così passivo da parte dei parlamentari conferma più di qualunque sondaggio che il capo del governo ha raggiunto un peso politico ormai enorme.

Sotto il segno di Machiavelli La fortuna dell’ex-agente di Pietroburgo è legata in modo decisivo alla guerra in Cecenia che infatti è stata l’occasione della sua nomina: il precedente premier Stepashin fu costretto a cedergli la poltrona il giorno stesso in cui tornava dal viaggio in Daghestan in cui aveva dovuto constatare che la situazione era ormai sfuggita al controllo delle autorità centrali, e si era di fronte a un nuovo conflitto caucasico. Già tre settimane dopo la nomina, quando dalle scaramucce daghestane si stava passando alle azioni più serie in Cecenia e la Russia era sotto shock per le stragi terroristiche, Putin presentò un proprio piano di soluzione del conflitto, che prevedeva la moltiplicazione delle provvigioni statali per la Difesa e la sicurezza statale e l’organizzazione intorno alla Cecenia di un “cordone sanitario”, al riparo del quale scatenarsi in un bel bombardamento stile Kosovo (dimostrando che le rimostranze russe anti-Nato di allora erano dettate più dall’invidia che dalla solidarietà per i serbi). Ma la popolarità vera è stata conquistata da una frase, pronunciata davanti alle telecamere all’inizio di ottobre e da allora ripetuta in continuazione: “Li faremo fuori tutti, questi terroristi: andremo a prenderli a uno a uno, anche al gabinetto”. La filosofia politica di questa frase esprime assai bene i moti più profondi dell’anima russa; da quel momento Putin è diventato il Numero Uno.

Lo scontro Eltsin-Luzhkov Il premier è stato presentato fin dall’inizio come il candidato del Cremlino a sostituire Eltsin alle prossime elezioni presidenziali del luglio 2000: all’inizio questa investitura aveva suscitato più di un sorriso, pensando ai tanti “credi” giovani e meno giovani prima esaltati e poi gettati nella polvere dallo zar Boris, spesso senza motivo apparente. Molti scommettono che la stessa cosa succederà anche con Putin, ma la panchina delle riserve è ormai quasi vuota e la partita sta per giungere ai minuti finali; l’impressione è che si tratti dell’ultima chance per la squadra di Eltsin, chiamata “la famiglia” per gli stretti legami del Presidente e della figlia Tatjana, suo principale consigliere politico, al giro dei lobbisti politici più influenti, come il finanziere Berezovskij, il capo dei liberali Chubais e altri, e per la somiglianza di questa combriccola di amiconi alle sceneggiature dei film di Francis F. Coppola. In particolare la lotta si è concentrata sulla contrapposizione all’altra grande “famiglia”, quella moscovita del sindaco-boss Jurij Luzhkov, che ha scelto come bandiera il vecchio Primakov. Con il sindaco di Mosca sono pronte ad allearsi tutte le forse di centro-sinistra, dai comunisti ai moderati di Javlinskij e Stepashin, che sulla carta dispongono di un potenziale di elettori nettamente superiore al centro-destra che dovrebbe sostenere il Presidente, formato dai resti del “partito del potere” del più venerabile degli ex-eredi Cernomyrdin, dai giovani riformisti di Kirienko e Nemtsov e dalla scheggia impazzita Zhirinovskij, il giullare di Eltsin.

Indiana Jones e il “normale” Vladimir Per cercare di tirare un po’ su le quotazioni il Cremlino ha creato in fretta e furia un nuovo blocco elettorale assoldando il ministro della protezione civile Shojgu, un Indiana Jones nazionale, mettendo in lista non-politici famosi come il campione di lotta libera Karelin, l’orso russo che non ha mai perso un combattimento. Il primo round del 19 dicembre, con le elezioni politiche, vede inoltre anche una sfida ai calci di rigore: l’elezione del sindaco di Mosca, in cui all’onnipotente Luzhkov si contrappone il capo dell’amministrazione del Cremlino, Pavel Borodin, altrettanto potente e popolarissimo, che alle accuse per gli scandali “svizzeri” ha risposto: “tanto diranno anche che me la faccio con la Regina d’Inghilterra”.

Eppure Putin stupisce anche per un altro motivo: pur essendo il nuovo campione di Eltsin, si presenta come l’opposto esatto del suo padrino. Tanto Boris è imprevedibile, eccessivo, contraddittorio e demagogo, quanto Vladimir è pacato, determinato, coerente. Insomma, è uno “normale”, che dice quello che pensa e fa quello che dice, coniugando la forza con la moderazione. Può darsi che anche questo contrasto faccia parte delle strategie dei consiglieri del Cremlino, ma di certo risponde all’esigenza più sentita da tutti i cittadini russi: poter vivere in un paese normale.

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