Provateci ancora, transumanisti

Elon Musk presenta un chip da impiantare nel cervello ma arriva in ritardo (esiste da 30 anni). Se va bene, potrà aiutare i paraplegici in futuro (altro che immortalità)

musk neuralink

L’eccitazione transumanista della Stampa per i maialini di Elon Musk è difficile da comprendere. Nel suo peana adorante in onore di quello che è senza dubbio un grande genio del marketing, Carlo Freccero vagheggia di «immortalità», anima (tra l’altro ridotta a insieme di pensieri e sentimenti) da trasferire su nuovi «supporti digitali» al disfacimento del corpo, «ibridazione» uomo-macchina in grado di permetterci di non farci sottomettere dall’Intelligenza artificiale in futuro. Posto che l’Intelligenza artificiale ha dato più delusioni che soddisfazioni negli ultimi anni a chi sperava che avrebbe finalmente fatto il salto di qualità per competere o almeno scimmiottare in modo verosimile quella umana, mentre può al massimo batterla a scacchi, lo show di Musk ha deluso molto le aspettative.

«NESSUNO DEI RISULTATI È MINIMAMENTE VICINO»

La Rivista tecnologica del Mit ha declassificato lo show dell’imprenditore sudafricano a poco più che fantascienza. Musk si è presentato venerdì alla conferenza stampa, sapientemente anticipata da messaggi e tweet che la facevano apparire come l’evento del secolo, della start-up che ha fondato nel 2016, Neuralink, per mostrare una scrofa, Gertrude, con un microchip impiantato direttamente nel cervello, le cui funzioni venivano monitorate da un computer. Il chip, ha dichiarato Musk, servirà in futuro agli umani e curerà cecità, sordità e malattie mentali, tra le altre cose, potenziando le capacità di quelli che lo avranno e che diventeranno veri e propri cyborg.

Per la Rivista tecnologica del Mit, «nessuno di questi risultati è minimamente vicino, alcuni sono probabilmente impossibili». Eppure per Musk presto sarà disponibile un impianto per il cervello sicuro, economico e che verrà desiderato da «miliardi di consumatori». Il chip ideato da Neuralink e dotato di circa 1000 elettrodi viene al momento impiantato nel cervello degli animali, su cui è in atto la sperimentazione, attraverso un’operazione chirurgica poco invasiva della durata di circa un’ora. A eseguire l’operazione sarebbe un robot, sempre progettato da Neuralink, al costo di 10-20 milioni di dollari.

ALTRO CHE “MATRIX NEL MATRIX”

Per quanto abbia stuzzicato la fantasia di molti, il microchip della dimensione di una monetina (23×8 millimetri) da inserire nel cervello per farlo comunicare con un computer non è esattamente una novità. L’impianto più famoso per realizzare un’interfaccia tra cervello e macchina, e ad oggi l’unico approvato dalla Fda negli Stati Uniti, è Utah Array, un impianto da un millimetro con 100 elettrodi in grado di registrare e stimolare l’attività del cervello. Prodotto negli anni Novanta da Blackrock, è stato da allora migliorato diverse volte e si trova al momento ancora in sperimentazione clinica per trattare diverse patologie. L’impianto di Musk, di diverso, ha molti più elettrodi, non necessità di protesi esterne e si impianta forse più facilmente ma è difficile che questo basti a chi si aspettava di vedere, come annunciato dal visionario, «matrix nel matrix».

Il microchip di Neuralink, così come quello di Blackrock, non ha in ogni caso di per sé niente a che vedere con il transumanesimo. Il suo obiettivo, finora, non è quello di “aumentare” l’uomo ma di “riparare” l’uomo. È stato ad oggi sperimentato in una ventina di casi nel mondo, soggetti giovani che a causa di incidenti o altri traumi si sono ritrovati paraplegici. Soggetti in cui, cioè, il cervello funziona perfettamente, gli arti funzionano perfettamente, ma il collegamento tra cervello e arti è interrotto per via di danni alla spina dorsale. L’impianto da inserire nella corteccia cerebrale serve, dunque, sia a controllare parti del corpo ormai inutilizzabili, sia a “provare” sensazioni, come il tatto, sia a sfruttare macchine e computer con la sola forza della mente.

IL BRACCIO DI NATHAN

Nathan Copeland è una delle poche persone al mondo ad avere un simile impianto nel cervello. Dopo aver subito un incidente che lo ha paralizzato dal torace in giù, nel 2014 ha aderito a una sperimentazione dell’Università di Pittsburgh. Copeland un anno fa si è detto eccitato dal progetto di Musk, perché un chip con più elettrodi «potrebbe permettermi di controllare più parti del corpo. Ora posso pensare soltanto al braccio destro e alla mano destra. Se avessi più controllo, potrei giocare a più videogiochi, ad esempio».

Copeland è in grado di utilizzare e guidare un braccio e una mano meccanici per portarsi il cibo alla bocca e mangiare in autonomia. Può anche afferrare altri oggetti e muoverli su un tavolo. Si impianterebbe volentieri il chip di Musk, «a patto che funzioni, è facile dipingere una cosa migliore di quella che è, e dal punto di vista della sicurezza un chip nel cervello senza supporti è rischioso. Se poi qualcosa va storto?».

MUSK VENDE SOLO SE STESSO

Elon Musk sa molto bene come vendersi, ma al contrario di quanto si aspettavano in tanti venerdì non ha presentato nulla da “vendere”: il microchip impiantato nel maiale non è ancora in commercio, né si sa quando otterrà il via libera dalla Fda per la sperimentazione sugli uomini, né si sa per che cosa verrà utilizzato di preciso.

Riassumendo, il microchip di Musk non presenta enormi novità rispetto ai modelli già disponibili e le novità che presenta non sono state ancora testate, non è detto quindi che funzionino; il prodotto sponsorizzato non è ancora in commercio e non si sa quando lo sarà, né se sarà riproducibile su larga scala a costi contenuti; l’utilizzo che se ne può fare al momento non differisce in nulla rispetto ad altri modelli di microchip, che però esistono da almeno trent’anni. Il chip di Musk, come detto, potrà dare la possibilità di muovere gli arti a persone paraplegiche. Non è l’immortalità e non è una novità, ma è sempre meglio che niente (soprattutto per Musk, che a livello di comunicazione ha messo a segno un altro colpo vincente).

Foto Ansa