Progetti in scala umana

Metti una fiera col coraggio di declinare da 28 anni il principio dostoevskiano della “bellezza che salverà il mondo” e chiama quattro architetti di fama internazionale a testimoniare che sì, verità e bellezza non possono essere piegate a termini astratti o accademici, che la ricerca di entrambe va affrontata sul piano culturale ed educativo. Specie quando la terra del tuo paese porta i segni di peculiarità storiche così diverse, e i suoi abitanti manifestino tutti la sacrosanta esigenza di sentirsi a casa, in una bella casa. Lo ha fatto Multi Development-C Italia, radunando intorno allo stesso palco del Meeting di Rimini due fiori all’occhiello dell’architettura italiana come Stefano Boeri (foto) e Marco Casamonti, insieme al portoghese Nuno Mateus e all’olandese Willem-Joost De Vries. Managing director di T+T Design-Gouda, che tra gli altri vanta un particolarissimo studio in corso per il recupero di un’area a Roma nelle vicinanze del complesso del Vaticano, De Vries ha ricordato che come «edifici di per sé anche buoni non sempre concorrono a fare una buona città» così «buoni architetti non sempre sono buoni urbanisti», riferendosi a una certa impostazione che il modernismo sembra aver lasciato in architettura come un’impronta indelebile: modelli sempre uguali, in luoghi molto diversi, tesi più all’affermazione del singolo edificio che all’attenzione del contesto in cui si trovano, l’andamento a “griglia” in luogo di quello circolare costruito intorno a piazze o chiese, «progetti che spesso non rispondono a una scala umana, ma sono frutto di elaborazione essenzialmente a livello grafico» auspicando un ritorno «dell’urbanesimo tradizionale». E sono tre i tradizionali aspetti della città che il docente di progettazione urbana Stefano Boeri ha individuato perché la loro unità diventi espressione di un’autentica bellezza: «Esiste una città che è fatta di strade, ponti, case e parchi; esiste la città di cui si parla e che funge da luogo di riferimento spaziale; esiste poi la città intima, quella che ognuno percepisce e conserva dentro di sé». Tre dimensioni che l’architetto promette di unire nel dibattutissimo progetto “Bosco verticale”, due torri letteralmente ricoperte di alberi e una delimitazione dei confini di Milano tutta verde, dove gli spazi saranno votati a gioco, uffici, abitazioni e aree agricole. E nemmeno un centimetro quadrato da dedicarsi a futurismi spinti o tentazioni di rifugiarsi acriticamente nel passato. Per non perdere di vista la bellezza.