Profughi siriani costretti a vendere organi per sopravvivere all’inverno in Libano. Storia di Raïd

Per sopravvivere insieme alla sua numerosa famiglia, Raïd vende un rene a una banda libanese per 5.200 euro

Raïd ha 19 anni, sette mesi fa è fuggito dalla guerra siriana verso il Libano insieme ai suoi genitori e sei fratelli. Dopo pochi mesi la sua famiglia si è ritrovata a Beirut senza soldi, casa e vestiti come accaduto a decine di migliaia di altre famiglie e per questo Raïd ha deciso di vendere un rene.

GUERRA FRA POVERI. Secondo quanto riportato da Der Spiegel, il commercio illegale di organi è una pratica consolidata in Libano e se tradizionalmente erano i palestinesi, disperati, a venderli per tirare avanti, ora si è innescata una guerra fra poveri con i rifugiati siriani (oltre un milione in Libano) che cercano di prendere il loro posto. Raïd si è affidato a un uomo che si fa chiamare Abu Hussein, che lavora per una banda libanese specializzata nel traffico di reni: «Ora per i reni abbiamo più venditori che compratori. Negli ultimi mesi abbiamo venduto 150 reni, anche all’estero».

UN RENE PER 5 MILA EURO. Raïd ha ceduto il suo rene per 5.200 euro e mentre lui si operava con a fianco la madre, la famiglia «era a comprare una stanza dove vivere, materassi, vestiti, un frigo, un forno e altre cose per passare l’inverno». Secondo Abu Hussein quello di organi non è un commercio malvagio, perché ci guadagnano tutti: «I siriani donatori ci guadagnano, chi è malato e paga oltre 10 mila euro per un rene nuovo riceve una nuova vita. Io, invece, prendo per ogni affare andato a buon fine 600 o 700 dollari».

«NON MI IMPORTA SE MUORI». Abu Hussein decanta a Der Spiegel anche le meraviglie della clinica segreta dove vengono condotte le operazioni. Ma le cose non vanno così bene come racconta l’uomo. Raïd infatti ha cominciato a stare male una settimana dopo l’operazione e ha chiesto al trafficante di organi gli antidolorifici che gli avevano promesso ma si è sentito rispondere così: «Taci, non mi importa niente se muori. Tanto sei finito comunque».