Processo Mori, assolto il generale. Non favorì la mafia. Video incontro [link url=https://www.tempi.it/videogallery/mori-larresto-di-riina-e-stato-il-piu-grande-errore-della-mia-vita#.Uea8Z2ROrt4]Aspettando giustizia[/link]

Dopo cinque anni e oltre 100 udienze si chiude in primo grado il processo al generale dei carabinieri, accusato per la mancata cattura di Provenzano. La sentenza ha un ruolo importante per il processo “trattativa”

La IV sezione penale del tribunale di Palermo, presieduta da Mario Fontana, ha assolto il generale dei carabinieri ed ex numero 1 del Sisde Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu «perché il fatto non costituisce reato». Il generale ha commentato la sentenza con poche parole: «C’è un giudice a Palermo».
Si chiude, dopo cinque anni e oltre 100 udienze, il processo in primo grado in cui Mori e Obinu sono stati imputati per favoreggiamento aggravato alla mafia, per aver impedito la presunta cattura del boss di Cosa nostra Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. A questo capo di imputazione, dal 2011 si è aggiunto per Mori quello di “attentato ad un corpo politico”, nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, oggi sfociata in un altro processo in cui il generale è uno degli imputati. Il tribunale ha inviato gli atti delle testimonianze dei principali accusatori (Michele Riccio e Massimo Ciancimino) alla procura perché avvii indagini su di loro.
La sentenza di oggi ha sicuramente un ruolo importante per lo sviluppo del processo trattativa, come una sorta di “assaggio” di ciò che verrà. L’accusa è stata inizialmente sostenuta dai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, poi sostituito dai colleghi Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, che avevano chiesto nove anni di carcere. Di Matteo stamattina aveva detto che «in questo processo è emersa la più complessa storia dei rapporti tra lo Stato e la mafia tra gli anni Ottanta e Novanta. Una storia cui una parte delle istituzioni, per un’inconfessabile ragione di Stato, ha cercato e ottenuto il dialogo con l’organizzazione mafiosa nel convincimento che quel dialogo fosse utile a fermare le manifestazioni più violente della criminalità e a ristabilire l’ordine pubblico. Questo è un processo drammatico in cui lo Stato processa se stesso».

L’ACCUSA INIZIALE. Il processo si è aperto in base alle dichiarazioni tardive del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che nel frattempo, nel 2011, è stato poi condannato in via definitiva dalla Cassazione per detenzione e traffico di stupefacenti a 4 anni e 10 mesi. Riccio, secondo la suprema Corte, ha consegnato partite di droga, sequestrate in precedenza, ai confidenti del reparto Dia di Genova guidato dal colonnello, per gonfiare i risultati delle operazioni e progredire nella carriera. Solo dopo l’arresto per questi fatti, a partire dal 2001, Riccio ha iniziato a rendere dichiarazioni alla Procura di Palermo spiegando che il 31 ottobre 1995 sarebbe stato sul punto di arrestare Provenzano a Mezzojuso (Pa), ma venne bloccato da Mori.
Riccio avrebbe potuto giungere alla cattura del superlatitante, all’epoca ricercato da 32 anni, grazie alle confidenze di Luigi Ilardo, mafioso che si era prestato a far da “infiltrato” collaborando così con la giustizia nell’indagine del Ros “Grande oriente”, che era stata affidata alla gestione di Riccio. Ilardo è stato poi ucciso dalla mafia nel maggio ’96.
Questa versione in aula è stata duramente smentita in questi anni da numerosi testimoni. Tra questi, ricordiamo il capitano del Ros Antonio Damiano, che con la sezione di Caltanissetta era a disposizione di Riccio per l’operazione. Damiano ha ricostruito che Riccio il 31 ottobre ’95 non si trovava nemmeno a Mezzojuso, ma a Catania (231 chilometri di distanza) e che, sebbene tutti i suoi uomini fossero appostati nella località, il colonnello non aveva dato alcun ordine.
Un’altra testimonianza è stata poi quella dell’attuale procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, che nel ’95 da pm a Palermo coordinava l’operazione di Riccio: il magistrato ha raccontato che il colonnello non riferiva mai, come suo dovere, ciò che gli veniva indicato dalla fonte, e che Riccio mai aveva parlato della concreta e specifica possibilità di catturare Provenzano, ma per molti mesi si era limitato alla generica promessa di farcela. Queste smentite hanno costretto in dibattimento lo stesso Riccio a modificare sostanzialmente le dichiarazioni rese ai pm palermitani e ad ammettere la sua assenza da Mezzojuso nel ’95.

LA DIFESA DI MORI. Nelle ultime dichiarazioni spontanee rese da Mori in aula a giugno, così il generale ha ricostruito le accuse di Riccio: «Dopo la morte di Ilardo, Riccio realizzò progressivamente il crollo delle sue speranze, mentre la vicenda giudiziaria che lo riguardava andava complicandosi; così gli fu giocoforza trovare una diversa soluzione ai suoi problemi, attribuendo ad altri, come già accaduto in precedenti momenti della sua storia professionale, il suo insuccesso. Da qui le accuse rivolte ai colleghi del Ros».
Inoltre, il fatto che Riccio sia stato arrestato nel 1997 proprio dal Ros, è stato vissuto «come una sorta di affronto che ha aumentato in lui i sentimenti di rivalsa e di forte rancore personale nei confronti miei, di Obinu e verso l’intero Reparto». Mori ha quindi raccontato di come Riccio avesse a disposizione uomini e mezzi a sua richiesta ma «Ilardo fu diretto da Riccio con superficialità, omettendo le norme più elementari di buon senso e prudenza».

CIURO L’AMICO DI INGROIA E TRAVAGLIO. Il generale ha quindi replicato alle accuse ricostruendo tutte le numerose operazioni svolte dal Ros per arrivare a Provenzano, con l’arresto di numerosi boss. Tra i fatti significativi del tentativo di smantellare la rete di favoreggiatori di Provenzano, Mori ha anche ricordato l’arresto operato dai carabinieri del maresciallo Giuseppe Ciuro nel novembre 2003. Ciuro fino a quella data è stato collaboratore di Ingroia, con cui ha diviso l’ufficio e per conto del quale ha lavorato in indagini di rilievo, come quelle a Dell’Utri e Berlusconi. Ciuro inoltre aveva condiviso per alcuni anni parte delle vacanze sia con il magistrato che con Marco Travaglio, di cui pure era buon amico. Nel 2010 l’ex maresciallo è stato condannato per accesso abusivo alla rete informatica della Procura, rivelazione di segreti istruttori e favoreggiamento.

I DUE CIANCIMINO. A partire dal 2009, un ruolo chiave per l’accusa lo ha giocato Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, don Vito. Massimo per la prima volta ha iniziato a raccontare alla procura di Palermo della presunta trattativa Stato-mafia avviata proprio da Mori, in alcuni colloqui con il padre nel luglio 1992: la scoperta di questi incontri da parte di Paolo Borsellino e il tentativo di ostacolare la trattativa sarebbe stata, secondo l’accusa, la causa che avrebbe accellerato l’uccisione del giudice.
A sostegno di queste dichiarazioni – spesso modificate e  autocontraddette – in svariate riprese e dopo lunghi tira e molla, Ciancimino ha consegnato alla procura anche la fotocopia del presunto papello, scritto a suo dire da Totò Riina, con le richieste allo Stato. Due perizie, una della polizia scientifica, nel corso del processo avevano messo in discussione l’attendibilità di questi documenti, e dello stesso papello. Mori ha sempre ammesso di aver avuto colloqui di natura investigativa con Vito Ciancimino, finalizzati «alla cattura o alla resa di Riina» senza alcuna concessione in cambio, e avviati solo dall’agosto 1992. Tale versione è stata esattamente confermata dallo stesso Vito Ciancimino negli interrogatori resi nel 1993 davanti al pm Ingroia e all’allora procuratore capo di Palermo, Giancarlo Caselli, nel carcere di Regina Coeli dov’era detenuto.