Privatizzazioni? Borghi: «Svendere ora i “gioielli di famiglia” non serve. Il problema è l’euro»

Letta promette un piano di vendita del patrimonio pubblico in autunno. «Ma le caserme non le vuole nessuno e cedere quote di Eni è un autogol». Intervista a Claudio Borghi

Un nuovo piano di privatizzazioni in autunno. Questa la promessa del premier Enrico Letta per fronteggiare la crisi. Ma non è questo il momento giusto secondo lo specialista economico de Il Giornale Claudio Borghi, che a tempi.it spiega: «Adesso l’Italia è come un disoccupato, e un disoccupato non ha certo bisogno di tirare avanti peggio di prima», vendendo i “gioielli di famiglia”. Secondo Borghi il nostro paese invece ha bisogno solo di una cosa: tornare a lavorare.

Borghi, l’Italia cosa può privatizzare?
Beh… nella situazione attuale non molto direi. Anzi quasi niente. Il paese infatti è economicamente in ginocchio e, a mio avviso, l’unico modo per giustificare una svendita è se questa dovesse essere funzionale a guadagnare un po’ di tempo per tornare a una situazione di normalità. Ma così non è: manca il punto d’arrivo, non siamo ancora usciti dalla crisi.

Lei però non è certo contrario alle privatizzazioni.
No che non sono contrario. Se c’è qualcosa di cui lo Stato si occupa senza averne le competenze, è giusto che lasci tutto in mano agli attori del mercato. Detto questo, però, c’è momento e momento per privatizzare. Parlare ora di privatizzazioni come se fossero qualcosa di risolutivo penso che sia da irresponsabili. Anche perché distrae dall’obiettivo vero che è quello di uscire dalla crisi.

Secondo lei, a cosa pensa Letta quando parla di privatizzazioni?
I beni che si potrebbero vendere sono di due tipi: ci sono quelli di grande valore come l’Eni e quelli che nessuno vuole come le caserme, di cui i giornali periodicamente tornano a parlare.

Magari ne parlano perché a qualcuno interessano.
Niente affatto, una roba decotta non la vuole nessuno. Se un bene è in perdita, è in perdita. C’è poco da fare. Le caserme nessuno le comprerà. Un’azienda come l’Eni, invece, oltre a rientrare evidentemente nell’interesse strategico del paese (alzi la mano chi pensa che il mercato energetico non lo sia per l’Italia), nemmeno frutterebbe poi tanto se si decidesse di venderla.

Come mai?
Vede, l’Eni paga regolarmente dividendi di un euro su una quotazione di diciassette; sa quanto paga un Bot o un Btp? Glielo dico io: un euro l’anno su una quotazione pari a cento. Vuol dire che se vendessimo una percentuale di azioni Eni, i dividendi persi non compenserebbero mai a sufficienza gli interessi che oggi paghiamo sul debito pubblico. In passato è già stato fatto e non mi pare che l’incasso totale sia stato così strabiliante.

Qual è il problema allora?
Il problema è che in Italia chiudono le imprese, e in grandissimo numero. Se ne mettiamo altre sul mercato, non aiutiamo nessuno. È una crisi della domanda quella a cui oggi ci troviamo di fronte. E le imprese nemmeno riescono ad essere sufficientemente competitive in quei mercati che di solito aggredivano con successo.

Cosa bisogna fare allora?
Bisogna tornare a parlare di politica industriale, ma soprattutto di equilibrio monetario. La mia considerazione, infatti, è che la causa principale della crisi (non la sola, certo, ma quella principale) è che l’Italia abbia tra le mani la moneta sbagliata. L’euro è troppo forte rispetto alla nostra economia. E questo è deleterio se considerato unitamente ai problemi che affliggono il paese da decenni. Siamo fuori mercato. Ma ce ne stiamo accorgendo solo ora.

Senza un cambio di rotta cosa succederà?
Lo chieda al Portogallo, che a lungo è stato l’“allievo operoso” dell’Europa nell’eseguire tutti i sacrifici richiesti: non ha risolto nulla.