Preservare il conservatorismo dalle eresie d’oltreoceano
Confesso di essere saltato sulla sedia quando Trump ha twittato l’ormai tristemente famosa immagine di lui nelle vesti di Gesù. E questo, per giunta, subito dopo l’attacco senza precedenti a papa Leone, la cui unica colpa è di aver invocato la pace. È suonato in me un campanello d’allarme. Il progetto politico portato avanti da Giorgia Meloni, che punta a consolidare Fratelli d’Italia come il grande partito conservatore di cui l’Italia è storicamente priva, si trova di fronte a una sfida inedita: proteggere la natura stessa del nostro pensiero da quella nuova eresia politica che arriva da oltreoceano incentrata sulla figura di Trump e che prova a trasformare il conservatorismo in un’ideologia lontana dalla sua reale natura.
Il conservatorismo non è mai stato un “ismo” astratto, ma piuttosto un istinto, una pratica, una disposizione dell’animo verso la realtà. Se cedessimo alla tentazione di tradurlo in una dottrina astratta al pari del progressismo, ne tradiremmo l’essenza stessa. Contro questa deriva, l’antidoto più efficace non può che essere il nuovo conservatorismo latino e mediterraneo, fondato sulla cultura cattolica che ha dato vita alla nostra identità nazionale. E questo “antidoto” richiede una riflessione profonda su tre pilastri fondanti il conservatorismo, su cui oggi rischiamo un cortocircuito.
Un nodo centrale riguarda il rapporto tra Dio e il potere. Partecipando in Texas al Cpac, l’annuale convention dei conservatori a stelle e strisce, mi è stato chiaro come cedere a una visione che “usa” la religione per fini politici significa “protestantizzare” il conservatorismo, retrocedendo rispetto alla giusta separazione tra sfera temporale e spirituale maturata nella tradizione cattolica. Che la politica sfrutti la religione per fabbricare artificialmente una società cristiana è una strada pericolosa, poiché il compito di generare la fede (e i suoi frutti nella società) attiene alla Chiesa, non allo Stato.
Realtà e tecnologia
Lo stesso equilibrio è necessario per il concetto di Patria. Siamo patrioti ed è giusto difendere la nazione, ma non dobbiamo permettere che questo sentimento si svaluti in un nazionalismo escludente. Di fronte alle spinte centrifughe, dobbiamo riscoprire l’Occidente non come un’astrazione, ma come una patria superiore e comune a tutte le nazioni che lo compongono. È, questa, una sintesi che dura da duemila anni e che trova il suo collante ultimo nelle sue radici cristiane. Far saltare le alleanze tradizionali in nome di un interesse particolare rischierebbe di far crollare l’intera struttura della nostra civiltà, in contrasto con la nostra “via mediterranea al conservatorismo” che rifiuta tanto l’omologazione globalista quanto l’isolazionismo, scommettendo su un’alleanza di nazioni libere che si riconoscono in un destino condiviso.
La sfida più radicale rimane quella antropologica. Abbiamo assistito con interesse al dibattito sollevatosi in Italia per le conferenze tenute a Roma da Peter Thiel, mentore del mondo trumpiano e sostenitore di una visione “apocalittica” della modernità, quasi a voler teorizzare la necessità di accelerare la disgregazione sociale in atto con quella stessa tecnologia che diventerebbe poi il motore con cui ricostruire una nuova umanità. Se per alcuni, soprattutto nel mondo anglosassone, questa visione pare omogenea al recinto conservatore, noi non possiamo che rifiutarla. Per noi, la realtà è ontologicamente buona e contiene già in sé punti di salvezza che vanno custoditi e non rasi al suolo. La tecnologia rimane uno strumento da governare per migliorare la vita degli uomini, ma non deve diventare un idolo a cui sacrificare l’umano.
Realismo e radici cattoliche
Per tali ragioni il dibattito esploso nelle ultime settimane nel mondo conservatore è una grande occasione che non dobbiamo permetterci di sprecare. L’Italia, con la sua vasta area di centri studi, fondazioni e intelligenze che nel corso degli anni si sono coagulate attorno al progetto di Giorgia Meloni, potrà offrire per davvero una risposta alla crisi del modello anglosassone.
E noi siamo certi che la nostra strada, fatta di realismo, radici cattoliche e difesa della persona, sia quella giusta per rendere il conservatorismo ancora capace di parlare al cuore dell’uomo contemporaneo.
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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di maggio 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
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