Poche capitane d’impresa, eppure i fondi non mancano

“C’è un solo gender gap da colmare, gli strumenti esistono già: l’imprenditoria femminile”. L’ultimo dossier di Progetto Donne e Futuro dà la sveglia all’Italia rimpinzata dai bonus

“C’è un solo gender gap da colmare in Italia nelle mani delle donne e dove gli strumenti pubblici a sostegno ci sono e potrebbero essere molto efficaci: l’imprenditoria femminile”. Mentre il governo continua a rispondere agli allarmi denatalità e rischio Grecia dell’Istat con infornate di bonus, c’è chi riparte da loro: donne e madri, le sole depositarie del compito di dare una sterzata a un paese sempre più vecchio, le sole motivate a guardare al futuro senza il fiato corto di un esecutivo che non vede nemmeno al di là dei prossimi sei mesi.

AZIENDE FEMMINILI: SOLO UNA PARTITA IVA SU 10

Eppure oggi solo una partita Iva su 10 si riferisce a un’azienda definita in senso stretto “femminile”: dati raccolti dall’“Osservatorio mamme che lavorano” – costola del grande Progetto Donne e Futuro, associazione fondata nel 2007 dall’avvocato Cristina Rossello, deputata di Forza Italia, con l’obiettivo di accendere i riflettori sul contributo femminile all’economia -, oggi in Italia si contano oltre un milione e 340 mila imprese femminili, (ovvero dove la partecipazione di genere è superiore al 50 per cento o con un titolare donna). Si tratta di appena il 22 per cento delle imprese iscritte al registro delle Camere di Commercio, così come solo il 27 per cento del totale di tutte le partite Iva registrate è attribuito a persone fisiche di sesso femminile (contro il 45 per cento della stessa tipologia riferita ai titolari uomini): troppo poche le imprese “rispetto alle agevolazioni ed incentivi disponibili”, e troppe, tra quelle attive, le partite Iva di donne ancora “solo parzialmente autonome nel rapporto di lavoro”.

FOTOGRAFIA DEL GENDER GAP

La newsletter di settembre dell’Osservatorio restituisce la dimensione della sottorappresentazione femminile nel mondo imprenditoriale: in questo momento nel nostro paese meno del 2 per cento delle donne contro il 4 per cento degli uomini sta avviando un’impresa, quando la media dei paesi Ocse è di 5,3 per cento per le donne e 7,9 per cento per gli uomini. Dati Oecd, inoltre, nel 2018 solo il 12 per cento delle start-risultava prevalentemente femminile (9 per cento in Francia, 11 per cento in Germania ma 30 per cento nel Regno Unito). Il gender gap trova conferma anche in un rapporto Istat sui lavoratori indipendenti (nell’aggregato composto dalle partite Iva individuali la
componente più autonoma è composta al 75 per cento da uomini) e Acta sul gender pay gap (il 34,8 per cento delle donne guadagna meno di 10.000 euro a fronte del 15,6 per cento degli uomini e il 10,3 per cento degli uomini guadagna più di 60.000 euro a fronte del 2,7 per cento delle donne).

MICROIMPRESE E INCENTIVI

Concentrate per lo più nei servizi (66,2 per cento) e nella forma di microimprese (96,5 per cento) e ditte individuali (62,3 per cento), attive dunque in realtà tipicamente “più piccole e meno dinamiche di quelle in cui troviamo gli uomini, in settori con minore intensità di capitale”, le donne hanno ambizioni minori e incontrano più ostacoli: bilanciare lavoro e famiglia o sfuggire al “soffitto di vetro” presente nel lavoro dipendente restano le motivazioni principali per chi faccia impresa. Eppure in Italia esistono e sono attivi diversi meccanismi di incentivazione: nell’anno 2018 “le domande accolte a valere sul Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese – Sezione speciale imprenditoria femminile, risultano 15.080 (pari a solo l’11,7 per cento del totale delle operazioni garantite dal Fondo) per un ammontare di finanziamenti pari a 1,3 mld di euro (6,5 per cento del totale dei finanziamenti garantiti dal Fondo) e un importo garantito complessivo pari a 892,5 mln di euro (6,5 per cento del totale dell’importo garantito dal Fondo)”.

In altre parole, i soldi ci sono, lo spazio per operare c’è: a mancare, nota giustamente l’Osservatorio, è piuttosto la “catena di trasmissione tra i fondi e l’energia imprenditoriale di moltissime donne”. L’appello, in un momento in cui la questione femminile viene dispersa nella retorica delle quote rosa e a crisi si risponde con misure mordi e fuggi e mancette elettorali, è a ripartire da qui: creare le condizioni, fare impresa, farla fare alle donne, alle mamme, a chi, quando guarda il futuro, non ci vede solo i prossimi sei mesi.