Gomez (Fatto quotidiano): «Capisco che la gente dubiti di Ingroia. Non puoi candidarti dove sei stato pm»

«La soluzione giudiziaria non basta, ci vuole la politica. E sui magistrati tipo Ingroia ammetto che ci possano essere dubbi». Parola di Gomez, direttore del Fatto quotidiano online

«Personalmente penso che questo governo sia stabilissimo e durerà fino alla fine della legislatura, perché venti senatori del Pdl e dieci transfughi del 5 Stelle per farlo stare in piedi si trovano. Ma bisogna avere una cosa che Berlusconi ha e altri non hanno: le palle. La maggioranza degli altri non ce le ha. Berlusconi, possiamo pensare tutto quello che vogliamo di lui, è un uomo con gli attributi che quando vuole ottenere una cosa cerca di ottenerla e lavora per i suoi obiettivi». Non è Brunetta e neanche Marisa l’olgettina a parlare. È Peter Gomez (nella foto), direttore del Fatto Quotidiano online. Come è noto, la testata più antiberlusconiana che c’è. Ha festeggiato in questi giorni il milione di fan su fb e macina record non solo mozzorecchisti.

Gomez viene dal giornalismo pistarolo. Negli anni Ottanta cronista al Giornale, poi al seguito di Montanelli alla Voce. Disoccupato dopo la chiusura del quotidiano, lo chiamano all’Espresso e ne diventa la star della giudiziaria. Infine l’avventura con Travaglio e Padellaro, al vertice della versione telematica del Fatto, secondo una formula editoriale meno incarognita e più furbescamente attenta all’area a cavallo tra Pd, Sel e grillismo.
Ci incrociamo a Caorle, per una serata inventata dall’assessore alla Cultura Luca Antelmo. Serata che finirà a notte fonda, a parlare di cose che interessano veramente la vita – le amicizie, gli affetti, il destino – nel conforto di fritti di pesce e Tocai di Lison. Prima dei discorsi a tavola c’erano state due ore di fitta conversazione davanti a un pubblico che si attendeva botte da orbi. E invece aveva dovuto registrare con stupore crescente che in questo paese di regressione belluina si può ancora ragionare da punti di vista neanche così diametralmente opposti.

Rivoluzioni e coincidenze
Chi scrive si permette di sostenere che Tangentopoli tranciò di netto il sistema politica-affari. Ma anche che, a partire dalle prime retate del ’92-’93, la cosiddetta Seconda Repubblica è caratterizzata da un venire meno del patto costituzionale non scritto. Ricordo Ettore Bernabei, fanfaniano e direttore della Rai targata Dc dei primi anni Sessanta, che a questo giornale rivelò che il tema giustizia venne affrontato dai dirigenti del partito cattolico già nel 1946 in vista della scrittura della Costituzione insieme ai comunisti. La configurazione del potere giudiziario, la sua autonomia e la sua indipendenza, vengono da un’esigenza condivisa da democristiani e comunisti.

Per banalizzare: noi ci faremo la guerra per il consenso, dissero allora Dc e Pci, ma la magistratura deve rimanere fuori da ogni contesa politica. Perciò, non abbiamo mai condiviso il punto di vista di Gherardo Colombo, ex mito di un mitico pool oggi inpoltronato in parlamento e nei Cda come supposti garanti di legalità (Colombo è in quello Rai, lottizzato in quota Pd), che al Corriere della Sera descrisse la storia italiana come un vasto tappeto di intrighi e corruttele consociative. Ricordo Alain Minc, gnomo della grande finanza francese, che nel ’93, quando Giulio Andreotti ricevette l’anticipo di avviso di garanzia via New York Times (e nel ’94 se ne ricordò, denunciando “manine americane” dietro il processo per mafia che gli intentò la procura di Palermo) era ancora socio di Carlo De Benedetti. «Le rivoluzioni non nascono mai per complotto, ma per una serie di imprevedibili coincidenze».
Detto ciò, concludeva Minc, «l’Italia deve riformare lo Stato e decidere se la frontiera con l’Africa passerà per Napoli o quella europea per Roma». Aveva ragione Minc. Tant’è che dal ’92 a oggi, ancora la riforma dello Stato attendiamo. La vicenda ventennale di Silvio Berlusconi è un’anomalia figlia di questa anomalia più radicale.

La fine della democrazia
Nel frattempo l’ideologia manipulitista è diventata annientamento di ogni dialettica democratica, disprezzo del parlamento, Repubblica giudiziaria. In questo senso la riforma della giustizia è un’assoluta priorità. Gomez naturalmente dissente. Ma, ecco la novità, in parte consente a questa analisi. «Secondo me dovremmo metterci d’accordo su che cosa è stata Tangentopoli per capire cosa succede adesso. Quello che scopriamo dopo l’arresto di Mario Chiesa, nel momento in cui lui e gli altri imprenditori confessano (molti lo facevano al citofono, quando arrivavano i Carabinieri), è che, almeno a Milano, a partire dal 1986, al grande banchetto della politica partecipano tutti, anche le opposizioni.
Pensate a quelli che a Milano votavano Pci perché pensavano di fare opposizione o votavano Dc contro i comunisti. Ma quelli la sera si spartivano le tangenti ed erano tutti d’accordo. È la fine della democrazia. Questo è secondo me emblematico di quello che è accaduto in questi anni. Perché, vedete, ha ragione Luigi, la prima funzione di controllo in un paese, in una democrazia normale, non spetta alla magistratura e nemmeno al giornalismo. I primi che devono controllare il buon funzionamento delle istituzioni sono coloro che stanno nelle istituzioni, è la minoranza che controlla l’operato della maggioranza. Ma se la minoranza e la maggioranza di notte si dividono le tangenti, di quale democrazia stiamo parlando?».

E continua: «Ora, però, dire che i partiti politici erano cattivi è sbagliato e secondo me sminuisce la situazione perché quella era una situazione – e lo è tuttora – con due attori: da una parte c’erano gli uomini politici e gli amministratori pubblici, dall’altra parte c’erano gli imprenditori che non erano mica vessati come ci raccontano. Pagavano ed erano contenti di pagare perché quando tu versi il 5 per cento di tangente su un appalto della metropolitana nessuno della pubblica amministrazione verrà a controllare effettivamente quei costi. Tu quel chilometro di metropolitana lo fai pagare quanto vuoi. E fai tanti soldi. La magistratura, ha ragione Luigi, entra come un treno in questa storia. A un certo punto si presentò un manager di Stato e disse che tutte le imprese che partecipavano agli appalti pubblici dell’Anas in Italia facevano cartello. Migliaia di imprese. È evidente che i ladri andavano puniti ma è altrettanto evidente che il fenomeno era troppo diffuso per essere combattuto solo per via giudiziaria».

«Rispetto a una situazione così complessa – ma qui dissento rispetto alla guerra civile, guerra civile era quella che c’è stata in Sudafrica, da noi c’erano quelli che rubavano e quelli che venivano derubati – la soluzione a un certo punto non poteva che essere politica. Ci fu un tentativo in questo senso, proposto a suo tempo da alcuni magistrati del pool e alcuni tra i migliori avvocati di Milano. La cosa non è stata presa in considerazione, si è tentato di seguire un’altra strada».

I proprietari dei media
Quale strada? «Non dobbiamo dimenticare che questa storia ha due protagonisti: corrotti e corruttori, cioè imprenditori e politici, funzionari pubblici. Gli imprenditori in Italia hanno una caratteristica: in un paese in cui non esistono editori puri, sono anche proprietari dei media. Si seleziona un direttore e si sceglie un giornalista perché ti servono. Io nel mio piccolo quando rimasi disoccupato perché nel 1995 mi chiuse la Voce, mi chiamò Caltagirone che era amico del direttore del Tempo. Finisco a parlare con Giovanni Mottola che mi vuole prendere per questo posto e mi porta a incontrare Caltagirone per un’ora e lui comincia a parlare. E io dopo un po’ capisco che lui aveva bisogno, essendo sotto inchiesta a Milano, di qualcuno che avesse buoni rapporti in procura».

Gomez ne ha anche per i suoi amici magistrati che, tra l’altro, collaborano col Fatto Quotidiano. «Io vengo incontro a Luigi anche su De Magistris, e, in parte, su Antonio Ingroia. Non perché penso che abbia fatto le inchieste per quello che dice Luigi, ma perché penso che ognuno di noi ha delle responsabilità, non è giusto sfruttare delle rendite di posizione, non è giusto che un giornalista che abbia funzione di controllo (può farlo) utilizzi il suo programma televisivo che gli dà tantissima popolarità per proporsi agli elettori.
Dopodiché la gente dubiterà di te. Io capisco che Luigi dubiti di Ingroia, so che non c’è da dubitare del lavoro di Ingroia perché lo conosco, ma se voi dubitate avete ragione. E una persona che non si pone il problema, secondo me sta sbagliando. Io non voglio impedire ai magistrati di entrare in politica, però un po’ di senso delle cose ci vuole. Non ti puoi candidare dove sei stato pm».