Perché l’Italia è un paese irriformabile

Di Carlo Marsonet
29 Agosto 2026
Peppino Calderisi mette il dito nella piaga spiegando perché l'Italia fa così fatica a cambiare. È il “patriottismo costituzionale” che impedisce qualsiasi modifica della nostra Carta
Bandiera italiana esposta a Palazzo Tursi a Genova per l'emergenza coronavirus

Se non vi appassionano la politica politicante, i discorsi sulle riforme istituzionali e quelle elettorali, tranquilli, siete in buona compagnia. A maggior ragione dopo l’ennesima occasione mancata con la bocciatura del referendum sulla giustizia. Il Paese, il riformismo, non sa proprio cosa sia. È ostaggio di veti incrociati e di una mentalità del peggior conservatorismo, quello di stampo corporativistico. Si badi bene: sia di destra sia di sinistra. Dopo tutto, si sa: abbiamo la Costituzione più bella del mondo. Scritta da re-filosofi. Anzi, scolpita nella pietra da para-divinità. Ne consegue, ovviamente, che non si può fare nulla che ne scalfisca la patina aurea che la ricopre. Ecco dunque perché non si può cambiare nulla, davvero. Oppure, il che è lo stesso, tutto può essere cambiato, a patto che nulla in concreto cambi.

Il caldo estivo di certo non invoglia a leggere libri che trattano della triste storia del riformismo italiano (mancato). Ma il libro di Peppino Calderisi è una felice eccezione. In Storia di una riforma mai nata. Quarant’anni di vani tentativi per rinnovare le istituzioni, pubblicato dall’editore Rubbettino, il già deputato, nonché membro della Fondazione Magna Carta e dell’Associazione Riformismo e Libertà non vi annoierà, garantito. Certo, metterà il coltello nella piaga, come recita del resto il titolo del volume. Ma è importante leggerne le pagine per avere ben chiara la storia lunga e costante delle riforme mancate di questo bizzarro Paese. Nella prefazione, il già Presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera, pur da una posizione politica di segno diverso rimarca come l’ispirazione riformistica di Calderisi sia stata da lui condivisa più volte. E così la stessa analisi della poco edificante storia dei tentativi politico-istituzionali miseramente falliti.

Quanti fallimenti

Vengono in particolare presi a riferimento i passaggi della seconda fase della Repubblica: dalla Commissione Bozzi alle ultime fasi di questi anni (con qualche considerazione, pure, sull’esito referendario dei mesi passati). Il punto che Calderisi sottolinea forse come la più importanza barriera ai processi di riforma è di fatto uno: e cioè che il “patriottismo costituzionale” che via via si è palesato nel corso di questi decenni impedisce la modifica della Costituzione se non viene raggiunto un accordo bipartisan, così da replicare quanto avvenuto nel 1948.

I fallimenti hanno diversi responsabili, a partire dalla classe politica e dirigente, come scrive Calderisi. Prova ne è la demagogia ampiamente utilizzata dal comitato del no al referendum sulla giustizia, criticata anche da alcuni nomi illustri e insospettabili quali lo stesso Barbera, Sabino Cassese e Guido Melis, così come l’insipienza dimostrata da molti, troppi esponenti del governo.

Consigli di riforma

Il nostro, scrive Calderisi, è un Paese che deve ancora dimostrare di essere adulto e maturo. Le forze politiche opposte, infatti, non riescono a dare vita a un bipolarismo degno di questo nome: la contrapposizione “muscolare”, come la chiama l’autore, frutto sia delle logiche della contrapposizione in blocchi ideologici da Guerra Fredda sia, più tardi, della divisività della figura di Silvio Berlusconi hanno reso e continuano a rendere il Paese bloccato. Se poi aggiungiamo, ovviamente, la presunta superiorità antropologica, morale e culturale che una parte politica manifesta senza tregua il gioco è fatto.

Calderisi offre alla fine diversi consigli di riforma, sia di impianto costituzionale e istituzionale, sia elettorale. Non esiste filosofia della storia che prescriva sempre il medesimo esito ai tentativi di riforma. È evidente, però, che se una certa mentalità non cambierà, nulla potrà davvero muoversi in futuro. Ottimismo sì, ma con giudizio.

“Storia di una riforma mai nata” di Peppino Calderisi, Rubbettino, 296 pp, 22 euro

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