Perché i cattolici democratici non capiscono Ruini

È stato accusato di berlusconismo (e oggi di salvinismo). Accusa ridicola di chi non vuole fare i conti con le indicazioni di Giovanni Paolo II ai vescovi italiani nel 1994

ruini giovanni paolo II

Si è fatto un gran polemizzare sull’intervista rilasciata domenica scorsa al
Corriere della Sera  da parte del cardinale Camillo Ruini. Le reazioni più violente sono arrivate da parte cattolica, comprensiva di laici ed illustri prelati, rimproverando all’ex presidente della Cei di aver addirittura contribuito negli scorsi anni a svuotare le chiese a causa del suo presunto collateralismo al berlusconismo. Si è detto che ha legittimato Salvini, quando semplicemente ha rilevato che in un momento storico in cui la parola “dialogo” è sulla bocca di tutti, e rivolta verso chiunque, è quanto meno curioso che la si ritiri di fronte al politico che attualmente – per fortuna o purtroppo – è il più votato dagli italiani.

Ancora: Ruini avrebbe “benedetto” i rosari branditi dal leader della Lega durante i comizi. Anche qui, non è vero. L’ex capo dei vescovi italiani si è limitato ad un’osservazione banale: il gesto può «urtare la nostra sensibilità» ed essere «pur poco felice», ma se sempre più elettori che si dichiarano cattolici votano Lega (come ormai dicono tutte le indagini demoscopiche), probabilmente può anche risultare quale “reazione al politicamente corretto” che ormai invade e condiziona persino il linguaggio di tutti i giorni.

Il sentire e la tradizione popolari

Invece di suscitare commenti indignati, tanti cattolici impegnati farebbero bene a chiedersi come riprendersi uno spazio furbescamente occupato da Salvini e costruire una proposta politica che risponda più adeguatamente ad una domanda che c’è ed è diffusa.

Ma forse sta proprio qui il cuore della questione: per molti esponenti di quel “cattolicesimo democratico”, così criticato da Ruini sul Corriere, la domanda del popolo è semplicemente sbagliata. Per il “cattolicesimo democratico” il sentire e la tradizione popolari sono quello che per Marx era la religione: l’oppio, la droga iniettata per vent’anni dal sistema di potere “berlusconian-ruiniano” per alterare la percezione di una realtà altrimenti inaccettabile. Il sentire comune e la tradizione popolare sono da sempre per il cattolicesimo democratico il problema di quello italiano, poiché non è l’intelligenza della fede che deve diventare intelligenza della realtà, ma è l’intelligenza del mondo che deve offrire la chiave decisiva perché la nostra fede diventi finalmente intelligente. O matura, direbbe qualche altro sedicente “adulto”.

Cosa fu la Cei di Ruini

Qui si spiegano anche le dure accuse rivolte al cardinale, specie relative alla sua conduzione della Chiesa italiana. Ed è bene allora provare a rileggere storicamente quel periodo.

La Cei di Ruini non ha mai teorizzato né praticato alcun collateralismo politico. Il collateralismo, che non è una parolaccia (salvo per manettari e moralizzatori manipulitisti che hanno un’idea talmente disincantata della politica che hanno finito per renderla evanescente e distruggerla), era quello praticato, per esempio, dalla Coldiretti nei confronti della Dc o dalla Cgil nei confronti del Pci. Cioè organizzazioni sociali che nell’epoca dello scontro tra blocchi fungevano da cinghie di trasmissione del partito di riferimento.

L’indicazione di Giovanni Paolo II

Ruini guida la Chiesa quando si rompe l’unità politica dei cattolici in un solo partito e nel generale contesto di scristianizzazione galoppante della società. E immagina di guidare i cattolici italiani, divisi politicamente ma uniti da una comune matrice culturale, sulla scia di quanto scritto da Giovanni Paolo II nella lettera ai vescovi italiani del 6 gennaio 1994:

«Sono convinto che l’Italia come nazione ha moltissimo da offrire a tutta l’Europa. Le tendenze che oggi mirano ad indebolire l’Italia sono negative per l’Europa stessa e nascono sullo sfondo della negazione del cristianesimo».

E ancora:

«All’Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo».

Un surplus di unità

Su questo presupposto nascono per esempio le iniziative del Progetto culturale. O quelle del Forum nazionale delle associazioni familiari – realtà più forti e capillari che nel resto degli altri paesi europei -, quale sindacato per rivendicare politiche troppo trascurate nell’azione di qualunque governo repubblicano, inclusi quelli di centrodestra. Ma anche iniziative che portano prima all’approvazione bipartisan della tanto vituperata legge 40 sulla fecondazione artificiale e la nascita del comitato “Scienza e Vita”, per difendere da un referendum abrogativo la legittima scelta del legislatore e continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della tutela della vita, dalla nascita alla fase terminale, attraverso il contributo di medici, scienziati e giuristi. La diaspora politica dei cattolici, insomma, poteva e doveva richiedere un surplus di unità di giudizio che comportasse la promozione di una visione del mondo compatibile con la fede.

In sostanza: la legittima scelta di militare in partiti e coalizioni differenti era, per papa Wojtyla prima che per il cardinale Ruini, incompatibile con una malintesa libertà di sconfessare il magistero della Chiesa su temi cruciali per il destino di una civiltà. Tale malintesa libertà ha come inevitabile conseguenza l’irrilevanza della fede e l’incapacità di mantenere una testimonianza pubblica, facendo così prevalere l’appartenenza di partito persino su quella ecclesiale.

Chi limita la libertà?

Questa era la Cei di Ruini. Non altro. Una Cei che, posti i paletti dei cosiddetti “principi non negoziabili”, lasciava libertà di scegliere lo schieramento con cui candidarsi e anzi favoriva la creatività dei laici nel trovare soluzioni legislative tecnicamente percorribili per affermare certi ideali. Il contrario di quanto auspicato da taluni intellettuali cattolici con il bene placito di talaltri ecclesiastici. Essi accusano la stagione ruiniana di aver voluto rieditare una improbabile alleanza tra il trono e l’altare, eppure stilano liste di chi tra politici cristiani sarebbe dentro o fuori la comunità ecclesiale solo in base a questioni di dettaglio (la raccolta differenziata, marce e tavolate per e coi migranti, la lotta alla plastica, quella ai motori diesel piuttosto che alle fake news, ecc.). In questo modo finiscono per voler vincolare tutti i fedeli ad un solo schieramento. E allora: chi limita maggiormente la libertà e si ritrova funzionale ad un progetto di potere? Al lettore l’ardua sentenza.

Foto Ansa