Perché Giussani mi faceva strimpellare Jannacci, il grande narratore del reale

Fece di “Ho visto un re” uno dei suoi cavalli di battaglia nella lotta contro il potere. Non aveva paura di farmela cantare anche in momenti “religiosi” in senso lato, a costo di lasciare interdetto l’auditorio

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Nella vita, a volte, si creano strane affinità. Ieri hanno seppellito Jannacci e provo una inattesa prostrazione, una tristezza quasi sorda, scalfita solo dalla certezza della sua felicità. Avviene, quando da trent’anni si viene identificati come “quello che canta Jannacci”. A maggior ragione se a partire da un certo momento a sostenere questa identificazione è stata una persona del calibro di don Luigi Giussani, che offrendomi il dono immensamente sproporzionato della sua amicizia chiedeva sempre in cambio una o due delle canzoni del Nostro per sorridere come un bambino felice. Tanti hanno già parlato di cosa Jannacci abbia rappresentato per la canzone e il teatro italiani. Io non ho niente da aggiungere, non sono un esperto. Per parlare di lui parlerò di me, non per megalomania, ma per rendergli gloria con la testimonianza della sua compagnia alla mia (e nostra) vita.

Nelle nostre saghe famigliari si narra che un giorno la mamma, venendo a prendermi all’asilo, fosse fermata dalla maestra che gentilmente le faceva notare un accenno di turpiloquio nel mio discorrere. Gli è che per tutto il giorno avevo rintronato lei e i compagni con l’allegro ritornello “Ah, saria mi el pistola, el pistola te se ti!”. A casa – unica volta completamente incolpevole – le presi, e il disco – il mitico 33 “Enzo Jannacci in teatro” (il primo live italiano!), regalatoci il giorno prima dallo zio – scomparve. La frittata, però era fatta. Disco o non disco nessuno poteva impedire allo zio di cantare. E a me di assorbire. Non tanto parole e melodie, per quelle sarebbe bastato un po’ di impegno successivo, quanto un sentimento comune, un accento di vita fraterno, un campionario di antieroi paradigmatico e familiare per una stirpe di milanesi purosangue esiliata nelle periferie della grande metropoli. Più che dalle canzoni spumeggianti, ero conquiso da quelle pacatamente in minore, con un eroe su tutti, il bersagliere di “E l’era tardi”, che, seppure sconfitto, io sentivo sempre come vincitore rispetto al vecchio compagno d’armi che aveva rinnegato l’amicizia per un banale mille lire in tasca.

Come tutti i miei coetanei di allora ad un certo punto presi in mano la chitarra e cominciai a strimpellare. Jannacci era completamente assente dal mio repertorio – non è proprio un cantante da oratorio o comunità cristiana, cioè i luoghi che per grazia ricevuta ho sempre frequentato. Fu un giorno qualsiasi dei miei vent’anni quello in cui, per ragioni misteriose, bloccati in un ingorgo sulla Milano-Brescia, feci ascoltare “Ti te se no” ai miei compagni di viaggio. L’idea che tutta la ricchezza del mondo potesse essere compendiata dal semplice gesto di una carezza alla donna amata creò nell’abitacolo un silenzio commosso. Al successivo incontro comune di tutta la comunità venni lanciato per la prima volta (la seconda, se si conta anche l’asilo) al grande pubblico.

Scoprii così – e con me lo scoprivano le persone che mi ascoltavano – che Jannacci non era affine solo alla mia milanesità, ma molto di più alla mia, alla nostra umanità. Tutti i suoi personaggi sono profondamente “religiosi” in quanto assolutamente non autoreferenziali. Non si definiscono al di fuori della realtà, ma vengono descritti dal loro rapporto con i fatti che via via si susseguono. La donna che posa per terra i sacchetti della spesa e resta in silenzio davanti all’uomo che piange, il condannato a morte che cerca di mantenere la dignità mentre si avvicina al plotone di esecuzione, il soldato che va all’assalta alla baionetta con il dubbio del tradimento della moglie, lo sfruttatore che risponde a muso duro agli apprezzamenti dei passanti, il curioso che si lamenta perché non riesce a vedere il prete camminare sui carboni ardenti, il prigioniero che non parla neanche sotto tortura, e chi più ne ha più ne metta. Storie, non riflessioni. Osservazioni, non ragionamenti. “Lascia fare alla vita la sua vecchia fatica, siamo feriti quanto basta”, canterà l’Enzo in una delle sue canzoni più drammatiche. Praticamente da allora non c’è stato più un incontro in cui non si cantasse almeno una canzone di Jannacci.

Giussani di questa religiosità se n’era già accorto, e fece di “Ho visto un re” uno dei suoi cavalli di battaglia nella lotta contro il potere – il “mondo” di giovannea memoria – che non si è stancato mai di combattere. Pur conoscendo autore e modalità di esecuzione della canzone, non aveva paura di farmela cantare anche in momenti “religiosi” in senso lato, a costo di lasciare interdetto l’auditorio e, magari, di incorrere in qualche scomunica dall’alto.

Ora l’amico ci ha abbandonati. L’ho portato in Siberia, nelle steppe del Kazakistan, sempre spiegando quanto noi e Giussani lo amassimo. Da adesso si parla al passato. Ci ha lasciato le sue ballate, ma è diverso sapere che appartengono alla storia e non più alla cronaca. Le si canta non più per imitare, ma per ricordare. Non è la stessa cosa. Verrebbe da pensare che, come buon maestro della tenerezza, abbia capito di aver fatto il suo tempo quando ha sentito un altro poeta recitare di “Non aver paura della tenerezza”. Ma all’Enzo non piacerebbe, che sembra molto più un ragionamento che un fatto. Restiamo alle sue parole che, come sempre, ci aprono l’orizzonte della possibilità essendo brutalmente ancorate ai dati. “Natalia [una bambina reale avuta in cura in ospedale, n.d.a.] che mi hai fatto smettere di bestemmiare, perché si potesse chiedere aiuto a qualcuno, magari anche alla Vergine Maria. Eh magari! Natalia che domani vai via, grazie di tutto e così sia”.

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