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Perché i cristiani sono i più fini osservatori del marcio che c’é nella realtà

luglio 21, 1999 O'Connor Flannery

L’ascia nel cuore

Gentile signorina O’Connor, quando cominciai a leggere i suoi racconti ero a dir poco entusiasta di aver trovato, finalmente, una scrittrice cattolica che non scrivesse le solite ovvietà sui sentimenti, che non operasse quella inconscia autocensura che spesso fa del cattolico una specie di idiota intelligente. Certo – mi dicevo – questa qui è una “tosta”, che sa il fatto suo. E mi lasciavo persuadere del fatto che la Grazia può manifestarsi pure nelle brutture, nei crimini peggiori. Poi, leggendo “Il cielo è dei violenti”, perplesso e allibito, mi sono detto: “No, qui la Grazia non può c’entrare”. Queste sono cose che uno che è felice – e un cattolico si presume lo sia – non solo non le scrive, ma non se le immagina neppure. Nei suoi, peraltro ottimi, scritti c’è il male gratuito, sconvolgente, affascinante, come non l’ho trovato nemmeno in Poe o in Stephen King. Le sue acrobazie per coniugare detto male con una visione “cattolica” dell’esistenza sono apprezzabili, ma poco convincenti; soprattutto in un’era che – non può negarlo – non è più la sua; in una società che non è una fattoria piena di pavoni o un silenzioso ospedale. Posso essere d’accordo sul fatto che lei scriva “proprio” perché cattolica. Ma ho l’impressione che – come la moglie di Parker o il prozio di Tarwater – lei sia cattolica “sebbene” infelice e che rancorosamente scriva attorno al male, immaginando il male e subendone il fascino proprio per questa ragione.

Pino Loperfido – Pergine (TN) Carissimo Signor Loperfido, sono molto onorata di rispondere a una lettera così bella, anche se critica. Ho già avuto modo di parlare di argomenti simili, in un mio libro pubblicato anche in Italia, dal titolo “Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere”, Theoria, Roma-Napoli 1993, che forse Le potrà essere di chiarimento. Mi hanno detto, qui in America: “Racconta di questo grande Paese che sta godendo di una prosperità senza pari, che è la più forte nazione del mondo e che ha quasi prodotto una società senza classi. Onestamente, con tutta questa prosperità, questa forza e quest’assenza di classi che hai davanti agli occhi, come fai a produrre una letteratura che non metta in mostra la gioia di vivere?” Penso che lo scrittore di ispirazione cristiana, e forse anche quello di posizioni diverse, inizierà a domandarsi a questo punto se non ci sia qualche dubbia relazione tra la nostra prosperità senza pari e tutto questo strepito per una letteratura che ostenti la gioia di vivere. Gli sarà quantomeno concesso di chiedere se questi richiami alla gioia sarebbero così penetranti se realmente la gioia fosse più abbondante nella nostra prospera società. Nell’introduzione a una raccolta di racconti dal titolo “Rotting Hill”, Wyndham Lewis ha scritto: “Se parlo di una collina che sta marcendo, è perché disprezzo il marcio “. L’accusa generale mossa oggi agli scrittori è di parlare del marcio perché lo amano. Per alcuni è così, e le loro opere possono tradirli, maè impossibile non credere che alcuni scrittori parlino del marcio perche lo vedono e lo riconoscono per quello che è. Ci si potrebbe chiedere, comunque, perché tanta nostra letteratura sia cosi evidentemente priva di un senso del disegno spirituale e della gioia di vivere, e se storie prive di tutto questo siano davvero credibili. La sola coscienza che devo esaminare in materia è la mia, e quando rivedo le storie da me scritte trovo che, in gran parte, parlano di persone povere, tormentate nella mente e nel corpo, che hanno uno scarso- o nel migliore dei casi un distorto – senso del disegno spirituale e che con le loro azioni non rassicurano granché il lettore quanto a gioia di vivere. Eppure, come si spiega? E’ che io non sono una che non crede nel disegno spirituale ma neppure una che ci crede alla leggera. Il mio punto di vista è quello dell’ortodossia cristiana. Vale a dire che, secondo me, il senso della vita è incentrato sulla nostra Redenzione in Cristo e quanto vedo nel mondo lo vedo in relazione a questo. Ho l’impressione che gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i piu fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile. In certi casi, è possibile che questi scrittori siano inconsapevolmente contagiati dallo spirito manicheo dei tempi e risentano della tanto dibattuta scissione tra sentimento e fede, ma io penso che più spesso la ragione di questa attenzione al perverso stia nella differenza tra le loro convinzioni e quelle del loro pubblico. La Redenzione non ha senso se non se ne trova una motivazione nella vita di ogni giorno, e negli ultimi secoli ha operato nella nostra cultura la fede laica che tale motivazione non esista. Il romanziere di impegno cristiano troverà nella vita moderna storture che lo disgustano e il suo problema sarà di farle apparire come storture a un pubblico abituato a considerarle naturali; e potrebbe vedersi anche costretto ad adottare mezzi sempre più violenti per far pervenire la sua visione a questo pubblico ostile. Supponendo che il tuo pubblico abbia le tue stesse convinzioni, puoi rilassarti un po’ e usare mezzi più normali per parlargli; costretto a supporre il contrario, devi sbalordirlo per rendere manifesta questa visione: gridare ai duri d’orecchio e tracciare immagini grandi e strabilianti per gli orbi. Laddove si ha ancora fiducia nell’artista, non si guarderà a lui per avere sicurezze. Chi crede che l’arte derivi da una facoltà sana della mente e non da una malata, accetterà quel che egli mostra come una rivelazione, non di quello che dovremmo essere, ma di quello che siamo in un dato momento e in date circostanze; ossia, come una rivelazione limitata ma pur sempre tale. San Cirillo di Gerusalemme, nell’istruire i catecumeni, scriveva: “Il drago è in agguato sul ciglio della strada e guarda quelli che passano. Attenti che non vi divori. Noi andiamo al Padre delle Anime, ma bisogna passare accanto al drago”. Quale forma il drago possa assumere, è questo misterioso trascorrergli davanti, o finirgli tra le fauci, che le storie di qualsiasi profondità terranno sempre a raccontare, e laddove questo avvenga ci vuole un coraggio notevole, in qualsiasi momento, in qualsiasi terra, per non voltare le spalle al narratore. Spero che continuerà a cercarlo anche Lei. Con grande affetto.

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