Farà paura agli ambientalisti, ma sullo shale gas circolano troppe leggende nere

Gli Stati Uniti sorpassano la Russia nell’estrazione di gas naturale. Quali i vantaggi e i possibili rischi della sua estrazione? Qualche punto fermo per un dibattito non ideologico

Gli Stati Uniti estraggono più gas naturale della Russia. Il sorpasso arriva con due anni d’anticipo rispetto alla data prevista del 2015, e la notizia battuta dal Wall Street Journal ripropone i quesiti relativi alla risorsa su cui Oltreoceano si è costruito questo allungo: lo shale gas, l’idrocarburo intrappolato nelle rocce argillose a profondità comprese tra i duemila e i quattromila metri, e che negli ultimi quattro anni ha rivoluzionato il mercato energetico statunitense.
Contando su più di diecimila pozzi, gli Usa in un quinquennio hanno dimezzato le importazioni di gas, inseguendo il mito sempre più concreto dell’indipendenza energetica totale, che stando all’Agenzia internazionale per l’energia potrebbe essere raggiunta nel giro di due decenni.

I RISCHI: INQUINAMENTO E TERREMOTI. Ma perché la rivoluzione del gas di scisto in Europa non riesce a prendere piede? Le perplessità legate all’estrazione di questo idrocarburo sono diverse, e partono dalle normali incognite che la diffusione di una nuova pratica può avere in termini di impatto sul sottosuolo, per sconfinare nelle infinite paure degli ambientalisti.
A proposito del rischio relativo all’inquinamento delle falde acquifere, i tecnici hanno sempre ricordato come i giacimenti di shale si trovino ad una profondità molto maggiore rispetto a quella delle falde, e la copertura in cemento dei pozzi garantirebbe che la fuoriuscita di acqua sporca sarebbe irrisoria.
Ben più clamorosa è invece l’accusa che il prelevamento di gas shale indurrebbe movimenti sismici: la perforazione dei sedimenti avviene, infatti, grazie a trivelle che avanzano nel terreno in senso orizzontale, attraverso una fratturazione che agisce con micro-esplosioni. Si parlò di questo pericolo in occasione del terremoto in Emilia del 2012, ma in breve si scoprì che in quel caso l’accusa era una sciocchezza, dato che in Italia non vi era traccia di attività di fracking. Sulle scosse registrate da altre parti del mondo è difficile esprimersi: non per tutte è chiaro se siano realmente connesse a queste perforazioni, fermo restando che si parla sempre di movimenti di bassa intensità.

LE PAURE EUROPEE. L’Europa rimane sull’argomento titubante, sebbene importanti giacimenti di gas di scisto si trovano nel sottosuolo di Polonia, Francia, Norvegia, Svezia. Ora sono inutilizzati ma potrebbero fruttare almeno 200mila miliardi di metri cubi di gas. Prima di agire si attende che le pratiche si facciano più sicure, posizione che, ad esempio, hanno assunto a Parigi, mentre in Germania si procede ancora solo in modo sperimentale. Opposta è invece la linea di Londra, dove la “gas shale revolution” promossa dal ministro delle finanze Osborne porterà all’apertura nei prossimi due anni di 40 pozzi.

«ALTRI FENOMENI HANNO PIÙ IMPATTO». Insomma, i rischi ci sono, ma in America e in Gran Bretagna si preferisce affrontarli per provare a godere di tutti i vantaggi. Negli Usa tanti pozzi si trovano in zone vaste e poco abitate (ad esempio, in Texas), mentre in Inghilterra l’alta densità del territorio ha imposto maggiori interrogativi, specie dopo due lievi scosse di terremoto registrate nel 2011 a Blackpool.
Pochi mesi fa è uscito un articolo scientifico di Richard Davies, del dipartimento di scienze della terra dell’università di Durham: si comparano 198 fenomeni sismici, dal 1929 ad oggi, connessi all’attività dell’uomo. Di questi, solo tre sono accertati essere legati al fracking. È un rischio che non si può dimenticare, ma che rimane ridotto. Lo stesso Davies ha spiegato che ci sono altre attività umane che possono innescare maggiori conseguenze sul sottosuolo, come l’attività mineraria. Ma l’influenza del fracking sul rischio sismico «non è più grande dell’impatto di un uomo che salta giù da una scala a pioli».