Passaggio in Tunisia

Vita quotidiana in uno dei più evoluti paesi arabi. Dal paradiso di Djerba ai poveri in fuga verso l’Europa. La presenza cristiana e le opere del vescovo Fouad Twal

Un lembo d’Africa proteso sul Mediterraneo. Un sogno: l’Europa. Un incubo: l’integralismo. Se si gratta la vernice dorata dei villaggi a quattro stelle che svettano sulle sabbie luminose di Djerba e dei paesaggi sahariani celebrati dalle guide turistiche, la Tunisia che ne affiora è qualcosa di più di un paradiso per vacanzieri: è un Paese in lotta tenace e silenziosa contro il fanatismo e ben deciso a proseguire, passo dopo passo, la sua marcia verso Occidente. Una marcia scandita talvolta dai ritmi della disperazione, come mostrano le centinaia di giovani che a bordo di chiatte sfasciate si slanciano, rischiando la vita, verso l’“Eldorado europeo”.

Contraddizioni africane
«La Tunisia è uno Stato libero, indipendente e sovrano e la sua religione è l’islam», così recita la costituzione che guida nove milioni e settecentomila abitanti, disseminati su una superficie di oltre 162mila chilometri quadrati. Ma a quel posto d’onore nel dettato costituzionale, l’islam è bloccato da saldi confini: perché la repubblica presidenziale guidata con pugno di ferro dal presidente Zine El Abidine Ben Ali lo accoglie sì come credo religioso, ma lo rinnega come ideologia e modello di Stato. Lo sanno bene i cosiddetti movimenti “islamisti” repressi con metodi che non vanno certo per il sottile a giudizio del presidente della Lega nazionale per la difesa dei diritti dell’uomo avvocato Mokhtar Trifi, che ha presentato a Tunisi proprio nei giorni scorsi un dossier esplosivo sul trattamento inferto ai prigionieri politici nelle carceri del suo Paese. Ma la Tunisia è anche il primo Stato arabo a essersi dotato di una costituzione e ad aver decretato sin dal 1846 l’abolizione della schiavitù, ed è l’unico che per volere del suo primo presidente Habib Bourghiba ha vietato la poligamia e il ripudio, ovunque tollerate nel mondo arabo, e sancito l’eguaglianza tra l’uomo e la donna di fronte alla legge espellendo così la sharia dai suoi codici.

Come stanno i cristiani
Ma da sempre, accanto all’islam religione di Stato, batte il cuore di una feconda comunità cristiana che, benché drasticamente ridotta dopo l’Indipendenza proclamata nel 1956, può contare su 5 parrocchie, oltre 20mila fedeli e un variegato mosaico di congregazioni di oltre una quarantina di nazionalità di ogni angolo del mondo. A guidare questa cittadella della fede multinazionale e multietnica è il vescovo arabo monsignor Fouad Twal, della tribù beduina di Al Ozeisat che accolse la parola di Cristo sin dagli albori dell’era cristiana, e che dal 1992 regge l’unica diocesi del Paese. Difficile ridurre in cifre il suo fervore di opere, ma ci proviamo: al cattolicesimo tunisino, non senza la cooperazione in più di un caso di un’attiva presenza protestante, si deve la gestione di nove scuole: materne, primarie, secondarie, professionali, complessivamente frequentate da circa 6mila alunni tunisini musulmani. Vi si affiancano sette centri di studi e di documentazione frequentati da studenti e docenti universitari tunisini che tra quei volumi in francese e in arabo scoprono quella presenza cristiana di cui parla ogni pietra antica della loro terra, da Cartagine a Bulla Regia, da Sousse a Sbeitla, ma sulla quale l’istruzione di Stato non ama troppo soffermarsi. La Chiesa coopera anche a sostegno di diversi progetti di sviluppo del Paese a beneficio della sua popolazione più diseredata e gestisce a Tunisi la Clinique Saint Augustin dotata di strutture all’avanguardia, fondata nel 1933 dall’Arcivescovo di Cartagine Georges Lemaitre, che grazie a una serie di convenzioni con enti pubblici garantisce cure e assistenza anche ai più bisognosi. Ma questo Stato illuministicamente proteso verso i diritti civili all’istruzione, alla salute, all’eguaglianza dei sessi (così recitano i variopinti depliant che funzionari zelanti offrono a manciate ai giornalisti stranieri) non pare animato dallo stesso fervore in materia di libertà religiosa. Se l’islam è religione di questo Stato, per le altre c’è spazio solo finché operano nel silenzio. Lo si evince dall’assenza della croce da ogni abito religioso, a Tunisi come nel resto del Paese. Il motivo? Esporre quel simbolo equivale, in Tunisia, a “fare del proselitismo”. Proselitismo è indire una processione, proselitismo è suonare le campane, proselitismo è insegnare la parola di Cristo al di fuori dei luoghi di culto. Così la presenza cristiana si riduce all’essenziale: quella testimonianza che fu l’unico strumento dei primi secoli e che, come un potente distillato, agisce silenzioso e in profondità. «Mi capita talvolta che qualche ex allievo ritorni da me e mi chieda ragione della mia fede, anche se non gliel’ho mai potuta insegnare, anche se in quella scuola in cui siamo comunque presenti con la nostra consulenza pedagogica, l’unica religione insegnata è l’islam». A parlare è una suora salesiana che dirige una scuola materna e un istituto professionale a una sessantina chilometri da Tunisi, pregandomi però di non esaltare troppo il loro operato: anche parlare bene di sé è proselitismo, in questo Paese, e chi lo fa rischia l’espulsione.

Il titolo del Meeting di Rimini
Nulla sembra scalfire l’ottimismo solare e tenace del vescovo di Tunisi monsignor Fouad Twal: «Grazie all’opera spesso nascosta dei membri della nostra comunità e alla generosità degli amici stranieri – spiega – abbiamo cercato di ristrutturare e abbellire chiese, scuole ed altri edifici di nostra proprietà; anche il Ministro per gli Affari Religiosi è intervenuto per restaurare la cattedrale e le chiese di Sainte Jeanne d’Arc; inoltre nuove comunità (cooperanti, sacerdoti, religiose) si sono aggiunti alla comunità diocesana per rafforzarne la testimonianza e il servizio. Il futuro, con l’aiuto di Dio, svilupperà questi orientamenti. Non mancano nuovi progetti a favore di handicappati e bisognosi: la miseria umana non ha limiti e la carità nemmeno. Tra questi, la costituzione di una scuola di mosaico frequentata da allievi tunisini». E a proposito dell’imminente avvio del Meeting di Rimini 2003, di cui è stato ospite nel ‘99, cita il titolo di quest’anno: «“C’è un uomo che desidera la vita e brama giorni felici per gustare il bene?”. Come Giancarlo Cesana rispondo senza esitazione: “Io!”. Tutti possono sottoscrivere questa risposta, ma la storia ci dice che troppo spesso la soffochiamo nella menzogna, nella violenza e nella distruzione. Bisogna guardare al Signore e ai Santi e riprendere ogni giorno il cammino, come ci indica instancabilmente il Santo Padre».