Capita a lezione di arrivare a un limite accademicamente invalicabile, che però, in qualche modo, deve essere valicato o almeno segnalato. Allora avviso gli studenti. «Ragazzi, abbiamo parlato di comunicazione, di educazione, di creatività, di cultura… Vi sarete accorti che, da qualunque prospettiva affrontiamo i problemi della nostra ricerca, ogni volta arriviamo a una questione di fondo che non è compito mio affrontare, ma è un dovere segnalarvi: da qui in poi comincia un campo sul quale ciascuno deve e dovrà prendere posizione, un campo scomodo, totalmente affidato a ognuno di noi, che si chiama “moralità”».
Tutte le volte che nomino la parolina, guardo i loro volti e noto l’imbarazzo tipico del gatto che cammina sulle pozzanghere. «La comunicazione può adescare, l’educazione può fare danni, la creatività può produrre strumenti devastanti e la cultura può manipolare la realtà: insomma, impariamo cose che possono fare “male”».
Una capacità di “inoltre”
La coscienza del bene e del male è uno scomodo privilegio, una “super natura” che ci separa irreparabilmente dal mondo naturale, il primo maldestro contributo (secondo le prime pagine del libro della Genesi) che noi, uomini e donne, abbiamo portato nel creato: il potere di fare il male, sconosciuto (in termini morali) a qualsiasi altro essere vivente. Ma, nello stesso tempo, l’anelito confuso, scomodo e irreprimibile a ristabilire il bene.
La moralità è un segnale dei nostri “poteri sovrannaturali”: siamo capaci di “inoltre” rispetto alla natura, siamo capaci di rispettarla, di violentarla, ma nello stesso tempo abbiamo il compito di “correggerla”, perché anche lei, come noi (la Bibbia dice «a causa nostra») vive la schiavitù della corruzione per cui geme e soffre le doglie del parto. Anche lei è un po’ disordinata, un po’ in subbuglio. Insufficiente.
Nessun animale (neppure il cane, il “migliore amico dell’uomo”) si è mai preoccupato della carcassa di un suo simile: un corpo morto è morto. Punto. Lo si lascia lì. Altri se ne ciberanno.
La sepoltura è un’idea unica, irreversibile, ingiustificabile di cinquantamila anni fa, venuta improvvisamente all’uomo di Neanderthal. È di lì che comincia la rivoluzione umana, con una domanda non ancora esplicitabile: “Che ne sarà di lui?”.
Ciò che non cambia nel mondo
Zygmunt Bauman ha notato che il dolore fisico segnala un disturbo organico e sollecita a compiere azioni urgenti che vi pongano rimedio: gli scrupoli morali, invece, segnalano i pericoli che minacciano i “legami interumani”. Abbiamo un recettore in più, qualcosa che supera la gabbia stimolo-risposta che governa e regola la natura: ed è proprio nei legami interumani che la reattività trova la sua più palese, tragica insufficienza. Che fiato corto l’istinto quando si tratta di affettività umana!
«The world turns and the world changes/ But one thing does not change», diceva Eliot: «The perpetual struggle of Good and Evil».
L’eterna battaglia del Bene e del Male non cambia, interpella in ogni incontro, in ogni impatto con ogni cosa: “Che ne sarà di lui, che ne sarà di lei?”.
Prima di diventare norma, la moralità è povera invocazione.
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