Palermo, Messineo e l’archiviazione del Csm: la procura è spaccata

Dopo l’archiviazione delle accuse al procuratore capo in molti, tra pm e giornalisti, si chiedono che peso ha avuto l’appoggio di Md, la corrente di sinistra delle toghe, nella vicenda

Lo scorso 18 settembre il Consiglio superiore della magistratura ha archiviato il procedimento per trasferimento d’ufficio al procuratore capo di Palermo Francesco Messineo per incompatibilità ambientale, «perché non ha perso la capacità di esecitare con piena indipendenza e imparzialità le sue funzioni». Il Csm ha comunque vergato una bacchettata che inciderà sulla futura carriera di Messineo: «Non è riuscito a tenere unita la procura, evitando i contrasti divenuti “laceranti” soprattutto a seguito del procedimento Stato-mafia».
Le accuse erano partite da alcuni pm di Palermo, mentre la delibera è stata approvata a maggioranza, con i sei voti contrari del gruppo Area (la corrente di sinistra delle toghe) e dell’indipendente Nello Nappi. Si sono astenuti il vicepresidente del Csm Michele Vietti, il presidente di Cassazione, Giorgio Santacroce, e il procuratore generale della Suprema corte, Gianfranco Ciani.

«A TARALLUCCI E VINO». Il Csm ha respinto dunque le accuse di una schiera di pm palermitani: forse che ora la pace è ritornata nei corridoi della procura? «Nient’affatto. Semmai il fronte dei dissenzienti a Messineo si è allargato» racconta un decano della cronaca giudiziaria siciliana a tempi.it. «In procura sono diversi i pm che, chiacchierando in privato, sostengono che se questo procedimento fosse capitato a qualsiasi altro procuratore, se ne sarebbe andato. Ma siccome Messineo è stato appoggiato da Md, tutto “si nni iu a pandino”: è finita a tarallucci e vino».
Il giornalista descrive così i sospetti che nelle chiacchiere anonime dei pm penderebbero ancora sul capo di Messineo: «Molti sono convinti che non avrebbe dovuto essere nominato Procuratore capo, dato che il cognato e il fratello Mario sono stati coinvolti in inchieste a Palermo. Il cognato, Sergio Sacco, addirittura due volte; la prima portò all’apertura di un primo procedimento su Messineo, poi archiviato dal Csm nel maggio 2009. Nel 2010 Sacco è stato di nuovo indagato e poi rinviato a giudizio. Come se non bastasse, pure Messineo è stato coinvolto in un’inchiesta della procura di Caltanissetta, per rivelazione di segreto d’ufficio al dirigente di Banca nuova, Francesco Maiolini, da cui Messineo, per come leggiamo negli stessi atti al Csm, aveva chiesto e ottenuto un posto per il figlio». Queste accuse a Messineo però sono state archiviate dalla procura di Caltanissetta lo scorso giugno: «È vero – riflette il giornalista – però c’è da capire se per un altro sarebbe davvero accaduto lo stesso, o se per caso non ci sia stato solo un tentativo di non far “saltare tutto il banco”, con una guerra tra procure. E inoltre: come ha indagato il Csm? La commissione ha ascoltato il solo Messineo, e il suo difensore, Marcello Maddalena. Naturale che oggi ci sia più di qualche scettico che concluda che non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire: tutta Md si è schierata a favore di Messineo. La verità è che l’antimafia a Palermo tanti pm la fanno per fare politica, il caso Ingroia è stato solo un esempio. Ma la gente comune non riesce a percepire la gravità di quanto accade».

IL RUOLO DI MD. I dubbi su Messineo non hanno certo alcun valore, a fronte di una archiviazione per il procedimento penale e una per quello al Csm: il procuratore capo è prosciolto dalle accuse. Un membro del Csm spiega a tempi.it che già per natura, quello a Messineo «era un procedimento per incompatibilità ambientale, e non disciplinare, un percorso che si realizza quando il magistrato, senza sua colpa, non si trova nella condizione di esercitare la professione. C’erano state tante testimonianze di disagio interno alla procura. In particolare i sostituti palermitani al Csm parlavano di una condizione di sudditanza psicologica di Messineo nei confronti di Ingroia. E sicuramente Messineo e il suo difensore Maddalena sono stati molti abili: ricordiamo però che hanno ottenuto un’archiviazione molto particolare, perché comunque si riconosce una certa sudditanza psicologica verso Ingroia e che nella procura diretta da Messineo la situazione “non può dirsi certo migliorata”. Quando a luglio 2014 scadrà l’incarico di Messineo a Palermo, questa delibera che segnala una non grande attitudine a dirigere avrà di certo il suo peso».
Ma che peso ha avuto davvero Md nell’archiviazione a Messineo? Messineo quando è stato nominato capo a Palermo nel 2006, è stato preferito a Giuseppe Pignatone, attuale procuratore di Roma, ex pm palermitano ed esponente di quella “scuola di pensiero” contrapposta a Ingroia, più attendista nelle decisioni investigative: «Messineo all’epoca ha avuto la nomina perché ha ricevuto un appoggio probabilmente incrociato, oltre a quello della sua corrente, Unicost, anche di Md. È vero che anche ora Md ha cercato di appoggiarlo nella delibera di archiviazione. Ma di fatto quest’archiviazione è di quelle “vestite male”, che restano piene di critiche. Messineo viene dipinto come un vaso di coccio che si è trovato tra vasi di ferro molto duri, senza riuscire a fare granché. La sua posizione per rivelazione di segreto d’ufficio a Maiolini è stata archiviata perché in effetti si è capito che non sapeva che il direttore di banca fosse indagato; ma il vero problema su cui mi fermerei a riflettere è che Ingroia era a conoscenza della conversazione tra il suo capo e Maiolini – indagato e messo sotto intercettazione da lui – e non l’ha rivelato a nessuno, custodendo l’intercettazione al suo capo nel cassetto per alcuni mesi. Questo sì che è un episodio che fa pensare che forse Messineo fosse tenuto sotto scacco».