Pakistan. Saima, cristiana rapita da un musulmano, costretta a convertirsi all’islam

La madre di tre figli è stata minacciata con una pistola puntata alla tempia e torturata. Come lei, 1000 donne all’anno vengono rapite e obbligate a sposarsi

La vita di Naveed Iqbal, cristiano pakistano di 37 anni, è sempre stata «felice». Sposato con Saima Iqbal e padre di tre bambini, vive nella città di Iqbal, nella capitale Islamabad, da 20 anni. Ma il 25 febbraio è cambiato tutto: la moglie non è rientrata a casa e Naveed ha impiegato un giorno per capire che era stata rapita da una famiglia islamica, convertita all’islam sotto minaccia e sposata a forza a un musulmano.

Quanto avvenuto a Saima non è un caso isolato. Ogni anno in Pakistan vengono rapite da musulmani almeno mille donne appartenenti a minoranze religiose e convertite a forza all’islam. Il dato è in forte crescita visto che un rapporto del 2013 parlava invece di 700 casi all’anno.

L’OSTRACISMO DELLA POLIZIA

«Pathan Khalid Satti, un musulmano appartenente a una banda criminale, le ha puntato una pistola alla testa e l’ha costretta a seguirlo», racconta Naveed all’associazione British Pakistani Christians. «Appena ho capito che cos’era successo, sono andato a sporgere denuncia alla polizia ma si sono rifiutati di registrare la denuncia».

Disperato, Naveed è tornato dopo qualche giorno alla polizia con i suoi tre figli e insieme hanno minacciato di darsi fuoco se non fosse stata registrata la denuncia. L’1 marzo Naveed ha finalmente ricevuto l’aiuto della polizia, che il 5 marzo ha trovato Saima e l’ha portata in un centro governativo destinato alla protezione delle donne.

IL CALVARIO LEGALE E LE MINACCE DEI MUSULMANI

Satti, il rapitore, ha protestato con la polizia mostrando i documenti firmati dalla donna nei quali affermava di essersi convertita all’islam volontariamente e di avere accettato il matrimonio islamico. «Sono tutti documenti falsi», continua Naveed, che ha portato il caso in tribunale dopo avere fatto visita alla moglie nel centro governativo. «Sul corpo, in volto e sulle braccia, aveva evidenti segni di tortura ma la corte della sharia si rifiuta di riconoscere che è stata obbligata a convertirsi».

Intanto Naveed e i figli sono costretti a vivere nascosti dopo avere ricevuto minacce di morte da Satti e la sua famiglia. «Hanno detto che ci uccideranno se non ritireremo la denuncia. Non so a chi rivolgermi e mia moglie è ancora in pericolo».

IL CASO EMBLEMATICO DI FOUZIA SADIQE

Il caso di Saima è simile a quello famoso di Fouzia Sadiqe, cristiana di 31 anni e madre di tre figli rapita nel 2015 dal suo datore di lavoro musulmano di 61 anni, Muhammad Nazir, nel Punjab pakistano. La donna dopo il sequestro è stata costretta a convertirsi all’islam e a sposare Nazir. Liberata e nascosta grazie all’impegno di una ong cristiana, dopo la fuga aveva dichiarato di «essere stata violentata più volte ma di non avere mai perso la fede in Gesù». Nel 2016 è dovuta tornare da Nazir: la famiglia era stata infatti costretta a restituire la donna al datore di lavoro musulmano dopo che questi aveva sporto denuncia accusando i familiari di rapimento, essendo ormai la donna legalmente sposata con lui. Dopo aver ricevuto minacce di morte, la famiglia non ha potuto fare altro che cedere. Nel 2017 Fouzia è stata ancora una volta liberata e nascosta in un luogo sicuro, da dove ha dichiarato: «Il mostro continuava a violentarmi e io ho tentato il suicidio. Poi ho chiesto perdono a Dio e ho ricominciato a pregare. Per fortuna non mi ha mai abbandonata».