I padri, i figli e l’erosione del patrimonio. Per ripartire servono scopi e ideali di valore

Il sistema educativo ha le sue responsabilità, così come pure il dramma dell’economica. Ma il problema è che ci siamo accontentati del massimo benessere mai visto. Ora ce ne siamo accorti. Intervista a Dario Nicoli (Università Cattolica)

In un rapporto appena pubblicato, il Censis ha osservato che, al suo primo ingresso nel mondo del lavoro, un giovane su tre (il 29,5 per cento) scende i gradini della scala sociale, attestandosi su condizioni di vita inferiori a quelle della famiglia. Solo uno su sei (16,4 per cento) fa un salto di qualità rispetto allo status dei genitori. Negli anni Cinquanta andava  meglio, ma a partire dai Settanta qualcosa si è inceppato nel sistema educativo italiano che «sta perdendo la sua tradizionale capacità di garantire opportunità occupazionali e di funzionare come strumento di ascensione sociale». A spiegare a tempi.it come ciò sia stato possibile è Dario Nicoli, docente di Sociologia economica e dell’organizzazione all’Università Cattolica di Milano.

Professor Nicoli, l’Italia come è finita in questo cul-de-sac?
Certamente il sistema educativo ha le sue responsabilità, così come pure la crisi economica. Ma io credo che ci troviamo di fronte a un fenomeno tipico delle società arrivate. La nostra società, infatti, ha raggiunto un livello massimo di benessere, specie per il ceto medio, come mai era accaduto prima. Per le generazioni dei nostri padri è stato come raggiungere un traguardo. È normale che da quel picco, prima o poi, si debba scendere. Buona parte dei benefici raggiunti dai padri sono ricaduti sui figli, senza che questi avessero fatto nulla per meritarli. Senza corrispondere alcuna prestazione in cambio. Non è una questione morale, semplicemente economica e sociale. Di merito. Ora che gli stipendi stanno progressivamente perdendo valore, soprattutto quelli dei giovani, emergono contraddizioni che per lungo tempo, forse, nessuno aveva visto.

Per esempio?
Da un’indagine condotta in provincia di Bergamo è emerso che molti giovani possiedono automobili che non si potrebbero permettere. E non stiamo certo parlando di fuoriserie. Ciò è possibile perché le garanzie date alla banca sono quelle dei genitori, del loro patrimonio. Che talvolta si accollano anche alcune rate del mutuo. Non dimentichiamo, però, che questa situazione è dovuta anche al fatto che tantissime imprese lucrano su contratti di stage o apprendistato che, in realtà, nulla hanno a che vedere con la formazione, ma aumentano drasticamente la quota di giovani che, usciti dalla famiglia, finiscono sotto la soglia della povertà. È il caso, per esempio, dei nuovi operai di massa addetti ai servizi informatici, al giornalismo, allo spettacolo e alla cultura. Trentenni, talvolta addirittura quarantenni, che vengono regolarmente sottopagati per prodotti che, poi, invece, incontrano un notevole utilizzo e successo.

Tra precari, Neet, false partite Iva e nuovi poveri, le statistiche dell’Italia sono talvolta da sottosviluppo…
Più di tante statistiche, alcune delle quali nemmeno sempre veritiere, ce n’è una che andrebbe monitorata con attenzione. Il problema, però, è che non è così semplice da osservare, perché servirebbe un’indagine qualitativa. Sto parlando del patrimonio familiare, che aiuterebbe a comprendere dove sia la nuova povertà più tanti altri dati. Io credo che si possa tranquillamente parlare di un 30 per cento dei giovani che hanno finito gli studi e ancora non lavorano, ma che, nonostante tutto, vivono più che dignitosamente.

La pressione fiscale, che in Italia continua a crescere, anche sui risparmi e sul patrimonio delle famiglie (si veda il caso di Tasi e Tari), costituisce una minaccia per il futuro?
Credo che buona parte delle famiglie italiane potrebbero procedere facendo affidamento sui risparmi ancora per una decina o una quindicina d’anni. Il problema sarà quando questa ricchezza si esaurirà. Ma oggi, per fortuna, è ancora pari al doppio di quella dei tedeschi. La povertà vera comincia laddove manca questa protezione della famiglia.

Protezione familiare non è sinonimo di “bamboccioni”, “choosy”, come disse il ministro Fornero?
Noi non siamo l’America, dove l’influsso della cultura protestante ha ispirato anche una certa concezione del lavoro e del successo. L’Italia è un Paese che proviene da tutt’altra tradizione, quella cattolica, che saluta come positivo il valore della solidarietà familiare. E questo non è da sottovalutare, soprattutto in un periodo di forte decadenza etica in favore di una facile estetica dei consumi. Una concezione dilagante che promuove come positiva l’immagine di una vita dissipata nell’uso delle risorse e incentrata sul godimento immediato. Al tempo stesso, però, sono convinto che la crisi abbia reso evidente a chiunque, anche ai più giovani, il fatto che non si può più fare affidamento solo su quanto ci hanno lasciato o lasceranno i nostri padri. Occorre perseguire scopi e ideali che dimostrino tutto il proprio valore.

Dalla politica cosa possiamo aspettarci?
A volte ci si aspetta troppo dalla politica. Non dimentichiamoci, però, che la politica ha fatto molto per la gente soltanto in due particolari fasi storiche. Nel Dopoguerra e negli anni dopo il terrorismo. Tutti sperano che questa possa essere la terza volta. E forse ce ne sarebbe davvero bisogno. Ma finora essa ha agito cercando le risorse laddove era più facile trovarle: i consumi, la benzina e la casa. I pubblici apparati, invece, non ha fatto altro che affamarli, perché finora non sono sembrati in gradi di razionalizzarsi.