Padre Frans, il gesuita che «ha spinto la vita più in là». Fino alla morte

«Non vedo le persone come musulmani o cristiani, vedo prima di tutto degli esseri umani. Chiunque entri dalla mia porta è il benvenuto». Storia e martirio del gesuita Van der Lugt, l’ultimo sacerdote di Homs

«Accolgo tutti. Chiunque entri dalla mia porta è il benvenuto». Amici e conoscenti riferiscono che queste erano parole abituali sulla bocca di padre Frans van der Lugt. Ma quel giorno i due uomini armati e mascherati che sono entrati nel monastero dopo aver sopraffatto la resistenza del guardiano, conoscevano solo l’odio. Lo hanno trascinato fuori, lo hanno colpito al volto, gli hanno sparato due colpi alla testa con le loro armi da fuoco. Così il 7 aprile è morto padre Frans, pochi giorni prima del suo 76esimo compleanno, dopo 48 anni trascorsi come missionario gesuita in Siria, gli ultimi due dei quali nella città vecchia di Homs in mano ai ribelli e assediata dalle forze governative, in mezzo alle bombe, alla fame e alle esecuzioni sommarie. Il mondo aveva appreso dell’esistenza di questo gesuita olandese all’inizio di quest’anno, quando si erano moltiplicati i suoi appelli, alcuni anche videotrasmessi su Youtube, perché la popolazione potesse ricevere aiuti alimentari e sanitari. In uno dei video si vedeva un cartello scritto in arabo che doveva scuotere le coscienze: «Morire di fame è più doloroso che morire per armi chimiche». Tutti si erano meravigliati che un sacerdote cattolico continuasse a operare nel cuore di un quartiere controllato da ribelli in maggioranza islamisti. Tutti avevano ammirato il fatto che avesse trasformato il monastero gesuita, collocato nel rione cristiano della città vecchia, in un ricovero per cristiani e musulmani rimasti senza casa. E soprattutto che, come scrisse l’Economist, «un uomo che potrebbe facilmente vivere in un comodo rifugio olandese racconti al mondo che la gente attorno a lui e lui stesso stanno sprofondando in un mare di sofferenza».

La Messa con i musulmani
I missionari cercano di non abbandonare mai le comunità affidate alle loro cure, anche a prezzo della vita. Le conseguenze ultime di questa regola di vita propria di chi ha risposto alla chiamata si manifestano in casi come quelli di padre Frans, ma sono implicite e assunte nell’opzione di centinaia di migliaia di uomini e donne che hanno intrecciato il loro destino con quello delle comunità alle quali sono stati destinati. Poi viene il momento che le parole del Vangelo – «Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore», «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» – smettono di essere retorica spiritualista o poesia religiosa e si incarnano nella vita e nella morte di un 76enne. In quel momento anche l’espressione “amore per Cristo” cessa di essere metafora o incomprensibile gergo clericale e tutti, credenti e non, capiscono di che cosa si tratta. Ma la disponibilità a morire nasce dall’amore per la vita, come padre Frans sottolineò in tutti i suoi ultimi messaggi: «Noi amiamo la vita; non vogliamo annegare in un mare di sofferenza e di morte»; «La carestia minaccia le nostre vite, ci mancano gli elementi di base per sopravvivere: cibo e generi di prima necessità. Ma in qualche modo sopravviviamo, e continuiamo a spingere la vita più in là»; «Ci stiamo preparando per la Pasqua, riflettiamo sulla morte in croce che si trasforma nella resurrezione. Ci sentiamo come se vivessimo in una valle di ombre, ma possiamo vedere una luce in lontananza che ci guida verso la vita…».
Una delle frasi più citate di padre Frans è quella riferita a chi gli chiedeva aiuto: «Non vedo le persone come musulmani o cristiani, vedo prima di tutto e soprattutto degli esseri umani». Tutto il suo apostolato si è fondato sul primato della comune condizione umana. Giunto in Siria nel 1966, dopo qualche anno aveva fondato il Centro Al Ard, luogo di incontro e di dialogo fra uomini di religioni diverse e istituto per portatori di handicap fisici e mentali. Psicoterapeuta di formazione, padre Van der Lugt usava le sue abilità sia per rapportarsi coi malati psichici sia per aiutare le persone che si rivolgevano a lui per disagi personali. Era famoso in tutta la Siria per le escursioni che organizzava: passeggiate di cinque-sei giorni attraverso monti e valli del paese, mangiando al sacco e dormendo dove capitava. Centinaia di giovani lo avevano conosciuto così e gli erano grati per le amicizie e la convivenza gioiosa fra diversi che da quelle esperienze erano nate. Padre Frans era certo che quel suo apostolato interreligioso avrebbe portato frutti. Si compiaceva di ricordare un episodio del 2012, quando si era ritrovato a celebrare la domenica delle Palme con la sua chiesa piena solo di cristiani ortodossi e di musulmani. «L’imam presente pronunziò un sermone bellissimo, completamente scevro di dogmatismi», commentò.

Il lavoro della Chiesa in Siria
Era uno dei rari personaggi pubblici rispettati e benvoluti sia dai filogovernativi che dai ribelli, benché la sua permanenza nella città vecchia di Homs assediata e i suoi appelli lo rendessero sospetto agli occhi dei governativi, e benché avesse espresso tutte le sue perplessità nei riguardi della ribellione, che si rifiutava di considerare un’autentica sollevazione popolare. Le motivazioni e gli autori del suo assassinio non sono ancora noti, ma probabilmente a causare il delitto è stato il suo ruolo di mediatore nell’evacuazione di civili e combattenti dal quartiere sotto assedio: i ribelli islamisti, dominanti dopo l’esodo di centinaia di guerriglieri dei gruppi meno oltranzisti, devono aver creduto che quella resa progressiva fosse anche colpa sua. La sua morte, come quella di ogni martire, già ispira chi gli sopravvive. «Ho capito che tu rimarrai sempre con noi, esattamente come hai sempre fatto», ha scritto il gesuita siriano 28enne Tony Homsy. «Posso sentirti ora, nel mezzo del mio corso, che mi dici: “Vai avanti, Tony, e continua il lavoro della Chiesa in Siria”».