L’interminabile Sessantotto di “Una battaglia dopo l’altra”

Di Emanuele Boffi
17 Marzo 2026
Sei statuette, tra cui quella per il "miglior film". Ma il vero Oscar da dare alla pellicola di Anderson era quello per la miglior réclame morale
Leonardo DiCaprio in una scena del film
Leonardo DiCaprio, protagonista di "Una battaglia dopo l'altra"

Oh, sì, ecco: me l’aspettavo che Una battaglia dopo l’altra vincesse l’Oscar. Quello più prestigioso, la medaglia d’oro di Hollywood (miglior film) più qualche altra bella medaglia d’argento e bronzo (regia, attore non protagonista, montaggio, sceneggiatura non originale, casting). Sei statuette a certificare che Hollywood è Hollywood: una fabbrica di sogni che, quando serve, sa anche confezionare impeccabili attestati di virtù qualunquista.

Una battaglia dopo l’altra, alla bisogna, è un titolo perfetto. Col colpo di scena della serata: Sean Penn che non ha partecipato perché «non ha potuto o non ha voluto», come ha detto in sua vece Kieran Culkin. Quale miglior motivazione per un attore che la “battaglia dopo l’altra” non solo la interpreta, ma anche la intraprende al di fuori degli Studios? «Non è qui al Dolby Theater a ritirare il premio perché è in Ucraina», hanno fatto sapere. E così l’uomo che aveva fantasticato di fondere le proprie statuette per trasformarle in proiettili da spedire al fronte realizza il gesto simbolico perfetto: non presentarsi. Questa è teatralità morale hollywoodiana in purezza, amici. Ciò che in altro contesto e occasione sarebbe risultato snobismo e maleducazione, qui è applaudito con l’ovazione che si riserva ai prodi. Viva la revolución!, naturalmente.

Il regista Paul Thomas Anderson accetta il premio per il miglior film per "Una battaglia dopo l'altra" insieme al cast e alla troupe sul palco durante la 98ª cerimonia degli Academy Awards al Dolby Theatre di Los Angeles, Stati Uniti, 15 marzo 2026 (Foto Ansa)
Paul T. Anderson, regista di “Una battaglia dopo l’altra”, insieme al cast e alla troupe, riceve l’Oscar per il miglior film. Dolby Theatre, Los Angeles, Stati Uniti, 15 marzo 2026 (Foto Ansa)

Il mondo migliore che verrà

Lo so che il nostro Simone Fortunato, nel suo insindacabile giudizio di critico cinematografico, lo ha quadristellato. In effetti, lo scrivo anch’io, il film si fa vedere. Grandi attori (la faccia stralunata di Benicio del Toro vale il prezzo del biglietto), buon ritmo, qualche sequenza ben riuscita. Non faccio un mestiere che non è il mio e non mi metto a discutere sui riferimenti che i cinefili come nostro fantastico Simone possono documentare: al thriller narcomessicano o alla blaxploitation, che non so manco cosa sia.

Mi permetto solo di far notare che la stravagante trama che porta il rivoltoso in vestaglia DiCaprio a combattere, poi dimenticare, poi ricombattere per la revolución è perfettamente calibrata per intercettare lo stato d’animo delle anime belle che s’appagano per narrazioni che confermano loro di essere, romanticamente, dalla parte giusta della storia. Perché non importa se per raggiungere l’obiettivo della rivoluzione occorra intraprendere una lotta armata piena di contraddizioni, l’importante è non perdere lo spirito, per dirla alla Cesana, dell’interminabile Sessantotto. Se la madre (la plasticosa Teyana Taylor) e il padre (l’efebico DiCaprio) non ci sono riusciti o hanno tradito, ci sarà sempre un futuro in cui qualcuno di puro (la figlia, Chase Infiniti) potrà riannodare e ridisfare la tela del sogno di un “mondo migliore”. Qualunque cosa voglia o non voglia dire.

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Nel club dei rivoluzionari presentabili

Una battaglia dopo l’altra non è solo un titolo, è un claim, una parola d’ordine emotiva. Non importa essere fedeli ai fatti della rivoluzione; basta restare fedeli al suo sentimento. I cattivi sono cattivissimi (fascisti, guerrafondai, erotomani e tutto il repertorio disponibile), mentre i buoni lo sono in modo pasticciato.

Nel film di Anderson non si sono Che Guevara o Fidel Castro, non ci sono eroi. C’è un Di Caprio confuso, per di più cornuto e travolto dagli eventi, che porta avanti la lotta armata come un Bertoldo della Sturmtruppen. Ma è proprio questo a risultare convincente all’occhio dei flottilleros mondiali: non importa chi vincerà oggi, l’importante è sapere che, un giorno, la rivoluzione vincerà.

Basta questo a giustificare qualsiasi cosa e l’Oscar è il giusto premio per confermarsi nelle proprie vaporose aspirazioni. Ci si emoziona come davanti a una réclame ben riuscita: la revolución non è una cosa da fare, ma un prodotto riservato a un selezionato club di presentabili. Pubblicità.

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