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Orlando, lo sfidante dimezzato

aprile 29, 2017 Maurizio Tortorella

Chi è e dove può arrivare il timido ministro della Giustizia, paladino garantista sempre pronto a rinfoderare la spada

ORLANDO

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Con il suo 30 per cento di preferenze nei sondaggi, oggi vale più o meno la metà di Renzi come candidato alla segreteria del Pd. Negli ultimi tre anni, da ministro della Giustizia, ha lanciato parole d’ordine sacrosante e se n’è rimangiata la metà. Nella vita sentimentale ha dichiarato lui stesso di essere single, e che gli manca tanto una dolce metà.

Ecco: ci vorrebbe un Italo Calvino per raccontare Andrea Orlando dalla Spezia, il Guardasigilli dimezzato. Forse Berlusconi, che sembra tanto buono ma in certe battute tira fuori un’anima perfida, direbbe di lui che «gli manca il quid». Di certo non gli manca il curriculum, che a 48 anni Orlando ha costruito meticolosamente. Ne ha soltanto 12, di anni, quando inizia la militanza nel Pci come distributore dell’Unità. Poi passa dal Consiglio comunale della Spezia alla segreteria della federazione cittadina, salta da quella provinciale a quella regionale. Piero Fassino, ultimo segretario dei Democratici di sinistra, lo chiama in direzione nazionale come responsabile degli enti locali, da sempre ruolo-chiave nell’apparato. Nel 2006 Orlando entra nella segreteria del Pd con Walter Veltroni, come responsabile per l’organizzazione. Quindi con le elezioni del 2006 l’ingresso alla Camera. Resta nella segreteria nazionale del Pd anche sotto Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani, che lo sceglie come responsabile giustizia.

Orlando non ha la laurea in Giurisprudenza, gli mancano cinque esami. Ma sulla materia ha idee precise, per nulla ortodosse. Lui stesso ha raccontato una volta che è «sempre stato garantista, e per questo nel partito mi hanno sempre dato del destrorso». Non per nulla, in Parlamento lo si vede spesso con Luciano Violante, l’ex pubblico ministero trasmigrato dall’inquisizione rossa degli anni Settanta alla via parlamentare per il comunismo, per poi trasfigurarsi in età matura nel più intenso garantista della sinistra moderata. Quando camminano assieme nel corridoio dei passi perduti, alla Camera, ogni volta Violante cinge le spalle di Orlando con il braccio destro, dando l’impressione di considerarlo suo allievo.

Proprio la giustizia, però, è la prima a fargli fare uno scivolone. Nell’aprile 2010 Orlando dà un’intervista al Foglio e scatena un putiferio. Contesta la «sbornia forcaiola» degli ultimi anni e lancia proposte strabilianti per la sinistra: vuole rimodulare l’obbligatorietà dell’azione penale; diluire il peso delle correnti nella magistratura; separare le carriere di pm e giudici; potenziare l’azione disciplinare. Da Magistratura democratica fino al Pd, becca un coro di fischi. Orlando a quel punto scompare dall’orizzonte ottico. Dimezzato.

La «grande riforma» arenata
Ricompare tutto intero nel 2013 con Enrico Letta premier, che lo vuole ministro dell’Ambiente. Quando un anno dopo Renzi sale al Quirinale con la lista dei ministri, un fotografo blocca per sempre il nome di Nicola Gratteri scritto di pugno dal giovane segretario del Pd accanto alla parola “Giustizia”. Ma Gratteri è un magistrato: il presidente Giorgio Napolitano (che ha appena avuto i suoi bei guai con la procura di Palermo) storce la bocca e suggerisce proprio Orlando, un migliorista garantista come lui.

È così che nella storia d’Italia Orlando diventa il primo Guardasigilli senza laurea. Timido, molto gentile nei modi, un po’ introverso, il nostro ha fatto lezione della scoppola del 2010. All’inizio mostra i muscoli, proponendo «una riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura che diluisca il peso delle correnti». Ma basta che l’Associazione nazionale magistrati muova un sopracciglio e subito cambia idea: «Eliminare le correnti è un errore».

Insomma, si può dire che Orlando, malgrado il cognome che porta, abbia sì testa e spada, ma non proprio l’anima del paladino e che a volte preferisca nascondersi dietro lo scudo. Anche al governo, pur non amando Renzi, sceglie la mezza via della serena convivenza. La reciproca tolleranza ha qualche caduta soltanto negli ultimi sei mesi del governo, quando la campagna per il Sì al referendum istituzionale blocca la discussione parlamentare sulla riforma del codice penale. Del resto tutta la «grande riforma della giustizia», lanciata da Orlando nel giugno 2014, è ferma a meno della metà. Ed è un peccato, perché alcune delle sue 12 idee sono un’elaborazione moderata delle giuste proposte del 2010.

Ora Orlando deve vedersela con Renzi nella gara per la segreteria. Dalla sua ha ancora una volta Napolitano e Violante ed Enrico Letta. Forse è con lui perfino Massimo D’Alema, che pure è uscito dal Pd. Si vedrà domenica 30 aprile. Orlando spera che Renzi prenda meno del 50 per cento: in quel caso, la vittoria a metà del capo obbligherebbe il segretario a trattare con lui. E per il Guardasigilli dimezzato sarebbe una vittoria intera.

Foto Ansa

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