L’ora dell’accidia. Non sono, come sarebbe invece logico, felice

«Stancamento dell’anima e discioglimento della mente», dicevano i monaci medioevali. Eppure. Forse siamo stati fatti per essere sfidati dalla fame e dal freddo e da ogni angustia?

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accidiaCastiglioncello, Toscana. L’ora più calda di una domenica di luglio, al mare. Il sole filtra discreto tra le fessure delle persiane socchiuse, svelando nella penombra della stanza il lento fluttuare di un pulviscolo d’oro. Un cappello di paglia se ne sta abbandonato su un attaccapanni. La tenda chiara si gonfia appena all’alito di un debole vento, e subito ricade. Silenzio dai giardini qui intorno: uccelli, e il breve pianto di un bambino. Il mare, laggiù, è una striscia blu zaffiro, piatta nella calura.

L’ora dell’accidia, chiamavano quest’ora i monaci medioevali, “stancamento dell’anima e discioglimento della mente”. L’ora in cui lo stomaco dopo il pranzo è appagato, il sole a picco stordisce, e per un momento non pare ci sia più niente da desiderare; soddisfatti in ogni bisogno gli uomini cedono alla sonnolenza. Se provo a fissare l’orizzonte, quel blu profondo nella luce accecante mi ipnotizza, mi si allarga dentro il torpore.

Che cosa strana: nel momento in cui non ho fame, né freddo, e ho invece un morbido letto per riposare, non sono, come sarebbe invece logico, felice. Come una confusa scontentezza addosso. L’ora dell’accidia, la conoscevano i monaci antichi, l’ora pigra in cui non resta che oziare; dubitando quasi che ci sia davvero qualcosa, da cercare. Forse siamo stati fatti per essere sfidati dalla fame e dal freddo e da ogni angustia? Perché solo così non si spegne in noi quell’ansia misteriosa, quella inesorabile spinta che ogni giorno ci porta a sperare.

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