O la borsa o la vita. L’Ue ricatta Ungheria e Polonia

Lo stato di diritto usato come grimaldello per ottenere il Recovery Fund. Le parole di Zoltan Kovacs e Massimiliano Salini

green deal ue von der leyen

Ungheria e Polonia sono state indicate come la due nazioni “colpevoli” di bloccare le trattative per il Recovery Fund. Quasi all’unanimità, la stampa italiana dà a loro la colpa dello stop, spiegando ben poco del “perché” i due Stati si oppongano (noi lo abbiamo fatto qui). Oggi Libero intervista Zoltan Kovacs, segretario di Stato ungherese e portavoce internazionale del premier Victor Orban, il quale spiega qual è la posizione del suo governo. «Stiamo parlando – dice nell’intervista a proposito delle mosse dell’Ue – di nient’altro che di una frusta politica con la quale vogliono punire coloro che non si mettono in riga».

«Non è l’Ungheria che ha cambiato posizione. Continuiamo ad accettare l’accordo approvato dai capi di Stato e di governo dell’Ue a luglio. La posizione ungherese rimane invariata: Bruxelles non deve legare i fondi dell’Ue a concetti così confusi e poco chiari come la violazione dello Stato di diritto, perché ciò potrebbe creare opportunità di abusi politici e ricatti. È un peccato che Bruxelles sembri occuparsi di un ricatto politico in un momento in cui il coronavirus minaccia la salute e l’economia del continente».

Secondo Kovacs, sotto la mantella dello “stato di diritto”, l’Ue nasconde ben altro: «Dal 2015 il principio dello Stato di diritto è diventato un’arma politica contro gli Stati membri che si oppongono alla migrazione. Una volta adottata l’ultima proposta, non ci saranno ostacoli per vincolare fondi comuni a sostegno della migrazione».

Aborto come “diritto umano”

Per quanto riguarda la Polonia, un altro caso spinoso è quello relativo all’aborto che la Ue vorrebbe, di fatto, imporre al paese. Su questo è intervenuto oggi l’europarlamentare di Forza Italia Massimiliano Salini con una nota: «La doverosa vigilanza Ue sul rispetto dello stato di diritto nei Paesi membri e la rigorosa separazione tra poteri, principio cardine delle democrazie liberali, non deve scivolare nella propaganda abortista, che banalizza uno dei drammi più profondi di fronte ai quali può trovarsi una donna nel corso dell’esistenza». «È inaccettabile – prosegue – come fanno i gruppi della sinistra Ue nella risoluzione al voto all’Eurocamera, difendere l’aborto in quanto “diritto umano”. Secondo l’Alta corte polacca gli aborti per labbro leporino o sindrome di Down violano la Costituzione della Polonia. Affermare che queste interruzioni di gravidanza sono “diritti” sarebbe come ammettere che le vite di persone nate con queste menomazioni sarebbero state eliminabili e che eliminarle sarebbe stato l’esercizio di un diritto. Neppure la legge 194 italiana definisce l’aborto un diritto acquisito ma lo considera un’eccezione al divieto, quello di interrompere la gravidanza, interruzione che viene consentita solo in caso di pericolo fisico e psichico grave per la salute della donna, nel rispetto dell’obiezione di coscienza del medico. Ogni aborto è una sconfitta per l’intera società. E l’Europa non può sposare campagne abortiste, né sul piano culturale né su quello giuridico. Di fronte al dramma dell’aborto, Bruxelles dovrebbe piuttosto promuovere campagne di sensibilizzazione e prevenzione, promuovendo una seria cultura di rispetto della disabilità, a partire da quella di un nascituro con menomazioni, e favorendo l’azione di sostegno dei centri di aiuto alla vita che aiutano a contrastare alcune delle cause più frequenti che spingono le donne a scegliere l’interruzione di gravidanza». 

Foto Ansa