O il santo o l’eroico procione con le chiappe al caldo

Ci si risparmi la retorica del fancazzismo come ideale di vita, del reddito di divanza come modello sociale d’audace avanguardia

Con fantasia pari a quella celebrata nello spot, tutti i siti italiani hanno definito «geniale» o «originale» il video del governo tedesco che invita i propri connazionali a rimanere in casa per non diffondere il virus.

Ambientato in un futuro imprecisato vi appare un anziano che pronuncia queste parole:

Era l’inverno del 2020 quando tutti gli occhi del paese si rivolsero verso di noi. Avevo appena compiuto 22 anni, studiavo ingegneria a Chemnitz quando arrivò la seconda ondata. Ventidue anni, l’età in cui vuoi far festa, studiare, conoscere nuove persone e tutto il resto. Andare a bere con gli amici. Il fato però aveva un piano diverso per noi. Un pericolo invisibile minacciava tutto ciò in cui credevamo. Improvvisamente, il destino del paese fu nelle nostre mani. Radunammo tutto il nostro coraggio e facemmo quello che ci si aspettava da noi, l’unica cosa giusta da fare: niente. Assolutamente niente. Fummo pigri come procioni. Notte e giorno abbiamo tenuto le chiappe a casa. È così che abbiamo combattuto contro la diffusione del virus. Il divano era il nostro fronte, la pazienza era la nostra arma. Sai, ogni tanto sorrido quando ripenso a quel periodo. Quello fu il nostro destino. Così diventammo eroi. Nell’inverno del coronavirus del 2020.

Le cicatrici sul pollicione

Ok, tutto è all’insegna dell’ironia, ma il video è brillante per il motivo opposto a quello decantato dai nostri media: qui l’unica cosa geniale è l’esatta rappresentazione di come ci vorrebbero tutti quanti, mica solo i giovani. Scioperati, impigriti sul divano a vedere le serie Netflix, occupati solo a scegliere tra le pietanze e le bibite del catalogo di Glovo.

Lontani i tempi in cui la gioventù si entusiasmava per i discorsi del generale McArthur a West Point. Per il procione eroe, il divano è la nuova trincea, la coperta di pile il moderno sago, il telecomando la lucente baionetta. Il braveheart 2020 deve scavare terrapieni tra le pieghe dei cuscini, erigere barricate tra il frigo e la poltrona, ricoprire di calli il pollice pigiatasti (non c’è guerra senza cicatrici). Non c’è ideale per cui valga la pena spendere la vita oltre le lattine in offerta su Just Eat? Esiste rischio più grande che sbagliare scelta tra i Prime video su Amazon?

L’eroe con la schiava portapizza

La copertina del numero di novembre 2020 di Tempi

Non è vero che contro il virus l’unica opzione è “non fare niente”. È vero il contrario: bisogna fare tutto quel che si può. Cioè rispettare tutte le accortezze necessarie per proteggersi dal nanokiller, ma senza rinunciare a un senso del vivere. Come abbiamo scritto nell’ultimo numero di Tempi, anche il lockdown «nuoce gravemente alla salute». “Vivere sepolti per non morire” non è una grande opzione. O meglio, è l’opzione più facile, ma quella meno umana. Occorre, invece, nel momento della “grande distanza” riscoprire che nei rapporti serve più vicinanza, non meno. Serve riconoscere che abbiamo bisogno di “tutto”, non di “qualcosa”.

E dunque che qualcosa si faccia, ricordandoci che già ora c’è molta gente che non passa le sue giornate sul sofà. I medici, gli infermieri, le forze dell’ordine, i cassieri dei supermercati, fino ai ragazzi e ragazze che consegnano il cibo a domicilio (a proposito: nell’ultima immagine del video se ne vede una che consegna la pizza. Anche lei un’eroina per il governo tedesco o solo una moderna schiava al servizio dell’impavido milite divanato?). Soprattutto si faccia qualcosa per chi sta subendo come una sciagura il non poter fare (andate da quelli che hanno perso il lavoro a raccontare quanto è intrepida la vita orizzontale). La Colletta alimentare è un buon punto da cui partire.

Una grande speranza

Non è il momento dell’ozio, ma dell’azione, facendo ognuno quel che può – anche da casa davanti a un computer, se è quella la condizione cui si è costretti. Gli insegnanti siano “più insegnanti” per i loro studenti, le madri siano “più madri” per i loro figli, i datori di lavoro “più datori di lavoro” per i loro operai, i preti “più preti” per i loro parrocchiani.

Ecco, che, almeno, ci si risparmi la retorica del fancazzismo come ideale di vita, del reddito di divanza come modello sociale d’audace avanguardia. È il momento di scoprire che la libertà non è fare tutto quel che si vuole né non fare niente per non morire, ma è fare tutto quel che si può nelle condizioni date, con una grande speranza dentro il cuore.

Il santo col pallone

È quello di cui parla il filosofo francese Fabrice Hadjadj sul prossimo numero di Tempi (e dove sennò?) riportando le parole usate da Charles Péguy per descrivere un celebre episodio della vita di san Lugi Gonzaga:

«Si racconta che quando san Luigi Gonzaga era novizio, i suoi colleghi o compagni, non so come si dica, si divertirono – mettiamo che stavano giocando a palla avvelenata – a fare questa domanda, che doveva essere uno scherzo tradizionale del seminario. Posero dunque all’improvviso questa domanda, che tiene il posto, se si vuole, di un gioco di società, ma che è, anche quando non se ne abbia l’intenzione, un interrogativo formidabile. Essi dissero fra di loro, all’improvviso, si domandarono l’un l’altro: “Se noi apprendessimo improvvisamente, in questo stesso momento, che il Giudizio universale avrà luogo fra venticinque minuti, che cosa fareste?”. Forse non pronunciavano proprio queste parole, senza dubbio parlavano in modo più simile a quello dei monaci e dei cattolici, ma infine il senso era lo stesso. Allora alcuni immaginavano esercizi spirituali, altri immaginavano preghiere, altri ancora meditazioni, tutti correvano a confessarsi, alcuni si raccomandavano a Nostra Signora, altri si raccomandavano al loro santo patrono. San Luigi Gonzaga disse: “Io continuerei a giocare a palla avvelenata”». (Cahiers de la Quinzaine, 31 dicembre 1905)

A ognuno il suo ideale di vita. Ma quando viene l’apocalisse, a essere considerato eroico dovrebbe essere il santo col pallone, non il neghittoso procione che tiene le chiappe al caldo.