O è atto d’amore. O non c’è teatro

ComMedia di Susanna Manerba

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In questi ultimi anni il teatro si trova in una situazione di stallo, di esaurimento di idee e di forme. Alcuni degli esperimenti più interessanti che si sono visti la scorsa stagione riguardano situazioni di commistione tra generi e linguaggi diversi: ad esempio tra teatro e intervento nel sociale. Questa contaminazione è nata quando i teatranti hanno guardato quello che avveniva sulla scena non soltanto come segno di qualcos’altro, ma come azione fatta da persone. L’attore è riconosciuto come persona. Grotowski, il maestro di cui piangiamo la scomparsa, da anni dava maggior rilievo al processo di trasformazione attuato dagli attori rispetto alle prove in vista dello spettacolo. Il suo lavoro cercava di andare al fondo, all’origine di ogni gesto, di ogni azione, di ogni uomo. Tanto da arrivare a non mettere più in scena nessun spettacolo: il suo interesse era altrove. Contemporaneamente negli anni Sessanta il cosiddetto teatro delle avanguardie esce dagli edifici teatrali, dai luoghi deputati e trasforma lo spettacolo in esperienza esistenziale da donare a quelle zone della società in cui i rapporti e la sopravvivenza sono più delicati. Anche il pubblico è ricosciuto essere un’entità composta di persone. Il linguaggio teatrale viene allora utilizzato per elaborare la sofferenza degli emarginati: la convinzione che soggiace a questo metodo è che il teatro possa rispondere a certe esigenze umane perché in grado di guardare in faccia il dolore, il male e, attraverso il suo linguaggio, farlo rivivere e in un certo senso superare.

Questo è quello che si intuisce oggi guardando spettacoli come “Barboni o Guerra” di Pippo Del Bono o “Laida da tre soldi” di Danis Gaita. C’è una grande forza che si sprigiona durante queste rappresentazioni, la forza del diverso che trova un linguaggio per comunicare pur restando se stesso. Ma un problema emerge: il teatro non può essere ridotto a metodo, a cura. Può anche svolgere questa funzione, ma innanzitutto il teatro è parola detta, un atto d’amore, un’esperienza che diventa condivisibile dagli spettatori. Se questa esperienza non ha sostanza, contenuti, allora il teatro troverà difficilmente idee e forme nuove.

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