Nuovo record per Berlusconi: l’unico condannato del circo mediatico-giudiziario di cui è vittima

L’ex premier è stato condannato a un anno per aver collaborato a pubblicare una notizia riservata. Tutte le incongruenze spiegate dal Foglio e Libero

Per la prima volta nella storia, secondo gli avvocati di Silvio Berlusconi, un tribunale della Repubblica italiana ha comminato una condanna per il reato di “concorso in violazione del segreto d’ufficio”. Si tratta di una sentenza, proferita dal tribunale di Milano, che a parte la curiosità statistica (ancora da verificare), desterebbe poco scalpore se l’imputato non fosse anche la vittima più illustre del reato per cui è stato condannato.

SENTENZA PARADOSSALE. Destinato a infrangere ogni record, da quando entrò in politica diciannove anni fa, il leader del centrodestra ha subito 31 processi, suscitando un interesse da parte delle procure che l’ex premier ha definito più volte come «morboso». Sul Foglio di oggi, un editoriale in terza pagina ricorda come Berlusconi sia stato condannato «per aver forse violato quel segreto d’ufficio che tanti suoi accusatori hanno violato e continuano a violare allegramente. Certi che, nei loro confronti, la legge è comunque più uguale».
«Berlusconi è stato condannato», racconta il Foglio, perché «avrebbe incoraggiato nel 2005 il Giornale a pubblicare il contenuto della telefonata con la quale Piero Fassino, nel pieno della scalata Unipol alla Banca nazionale del lavoro, festeggia la notizia datagli da Giovanni Consorte: “Allora, abbiamo una banca!” ».

INDAGINI RARISSIME: Le indagini sulle violazioni del segreto d’ufficio sono «rarissime», afferma Filippo Facci, su Libero: «E, se anche ci sono, non arrivano a giudizio praticamente mai», soprattutto quando la vittima è Berlusconi e i sospettati farebbero parte delle procure. Qualche esempio: nell’autunno dell’anno scorso, «la notizia del rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi era online sul Corriere della Sera prima ancora che il relativo provvedimento giungesse sul tavolo del pm Maurizio Romanelli e del procuratore capo Edmondo Bruti Liberati». Qualcuno è finito sotto processo?

CHI HA CONDANNATO IL FATTO? «Nel luglio scorso – rileva ancora Facci – fu aperta un’inchiesta contro il Fatto Quotidiano, o così dissero, per una “pubblicazione arbitraria di notizia coperta da segreto istruttorio” legata a degli articoli ispirati da un’informativa e da intercettazioni non ancora depositate agli atti. Risultato? Non se ne sa più nulla».
Così come «è stranoto l’episodio di Antonio Ingroia che assieme a due pm interrogò Berlusconi – in una caserma, riservatamente – e due giorni dopo gli interrogatori comparvero sul Fatto Quotidiano. Chi passò i verbali a Padellaro e company?». Anche in questo caso, ricorda Facci, l’indagine non sembra essere arrivata da qualche parte.

NESSUNA INDAGINE PRO-BERLUSCONI. «Siccome viene sempre riportato che l’intercettazione Fassino-Consorte fu pubblicata quanto non era ancora stata trascritta né depositata agli atti, si potrebbe ricordare che è esattamente quello che è successo in settembre con l’intercettazione Lavitola-Berlusconi». «Però, allora», ricorda Facci, «nessun gip promosse un’indagine, come invece è avvenuto per il buon Fassino, perché l’intercettazione avrebbe “leso l’immagine di Silvio Berlusconi” ».
«Per nessuna persona al mondo hanno usato tante intercettazioni, usandole, legalmente e illegalmente, a norma di legge, sul filo della legge, più spesso violando la legge»,  conclude Facci, eppure, in Italia, «per violazione del segreto istruttorio, hanno condannato lui», la vittima.