I “nuovi diritti” sono sempre meno orientati al bene comune e sempre più conformi alle necessità del potere

Così la riduzione dell’uomo a un insieme disordinato di desideri produce un inarrestabile proliferare di pretese giuridiche soggettive da far valere davanti ai Tribunali

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giustizia-shutterstock_220284814Pubblichiamo in anteprima alcuni brani tratti da Itinerari della giustizia. Appunti per una antropologia giuridica, il libro del giudice Guido Brambilla uscito per Guerini il 22 gennaio.

Mi pare di poter affermare come ormai oggi la parola “giustizia” abbia perso non solo un riferimento, un aggancio, all’esperienza, ma anche al concetto stesso di ragione, o ragionevolezza, oggettive. Già il filosofo “francofortese” Max Horkheimer rilevava come la ragione dell’uomo sia «ormai completamente soggiogata al processo sociale, unico criterio è diventato il suo valore strumentale». In tale senso, continua l’autore dell’Eclisse della ragione, «concetti come quelli di giustizia, verità, uguaglianza, felicità, tutti concetti che nei secoli precedenti il nostro si credevano una cosa sola con la ragione o sanzionati da essa, hanno perso le loro radici intellettuali. Sono ancora scopi e fini ma non esiste più nessuna entità razionale autorizzata a dare un giudizio positivo e a metterli in rapporto con una realtà oggettiva». Ed ancora ribadisce: «La crisi odierna della ragione consiste fondamentalmente nel fatto che, a un certo punto, il pensiero è diventato incapace di percepire l’oggettività, o ha cominciato a negarla affermando che si tratta di un’illusione. Il processo si è allargato gradualmente fino a investire il contenuto oggettivo di tutti i concetti razionali; alla fine nessuna realtà particolare può più essere considerata ragionevole in sé; tutti i concetti fondamentali, svuotati dal loro contenuto, hanno finito per essere solo involucri formali. Soggettivizzandosi, la ragione si è anche formalizzata». La ragione si è quindi distaccata dalla verità delle cose, collegandosi a mere predilezioni soggettive (…).

La legge tende a sostituire il “cuore” dell’uomo, anche nei rapporti interpersonali. Per cui c’è sempre una legge da osservare come “mera” tecnica del vivere, in ogni ambito. Sotto questo profilo ben si comprende l’acuta analisi sulla cosiddetta “banalità del male”, compiuta da Hannah Arendt in occasione del processo svoltosi a Gerusalemme nel 1961 nei confronti del gerarca nazista Adolf Eichmann: delitti mostruosi possono essere compiuti attraverso la cooperazione di gente del tutto normale, tramite la semplice, indifferente, obbedienza “burocratica”, non pensante, alla lettera di una legge non più fondata su evidenze dimostrate dal reale e ormai solo sottomessa alla cogenza della volontà dello Stato, al potere dominante. E anzi Arendt ha spinto ancor di più la sua riflessione laddove, sempre documentando il processo di Gerusalemme, ha affermato che lo sterminio del popolo ebraico, più in profondità, doveva considerarsi un crimine contro la stessa “umanità”, perché la legge dello stato nazista dispiegava in realtà un potere annientante il singolo “io” di ogni uomo, perseguendo così l’obiettivo di relegare nell’assoluta “irrilevanza”, nell’assoluta “insignificanza”, la persona umana di per sé considerata.

L’espulsione di Dio come origine e unità della persona e della realtà tutta, è stato un po’ come lanciare un sasso contro uno specchio: è rimasta una pluralità di frammenti separati gli uni dagli altri. E il desiderio unico e grande dell’uomo – essere felice nella piena realizzazione del proprio essere che tende all’unità, alla semplicità e all’amore di un Dio in cui «ci muoviamo ed esistiamo» tanto è presente – si è scomposto in un’infinita pluralità di feelings-rights, determinati dalla reattività, dall’istinto del momento, favoriti da un potere che può così più facilmente controllarli. Ciascuna di queste particelle di un desiderio deprivato del suo oggetto proprio, rivendica una sua autonoma tutela, pretende un suo diritto di espressione, ormai al di fuori, spesso da ogni ragionevolezza.

Un progetto egemonico
C’è un diritto a essere contenti, un diritto a non soffrire, un diritto alla salute, un diritto all’immagine, un diritto a non essere disturbati, un diritto a vivere liberamente la propria reattività sessuale, un diritto a avere figli a ottant’anni, un diritto alla bellezza fisica, un diritto al successo, e così via, sino agli estremi del diritto di morire o di quello di non nascere. Diritti che pretendono un loro riconoscimento giuridico (…).

Se da Occam in poi, seguendo tutto un filone di pensiero – se pure con diverse declinazioni – abbiamo assistito all’esaltazione della ragione umana nella sua capacità di misura e di dominio sulla realtà, oggi è storicamente riscontrabile il tentativo di decostruire lo stesso soggetto individuale: l’uomo non si distinguerebbe più dalle altre forme della natura per il possesso di una coscienza, poiché questa è ingannevole, non porterebbe più alla verità di sé, essendo essa stessa l’esito, il prodotto, di altre potenze non dominabili dal singolo. Dal soggetto di diritto, stiamo assistendo alla comparsa di diritti senza soggetto.

Una volontà di potenza si sta realizzando andando oltre e contro l’umano, implicando una lenta ma inesorabile destrutturazione della persona umana come soggetto e come relazione. Il diritto sta diventando sempre più strumento tecnico per l’esercizio di un potere sulla persona e non per la persona. Mi pare che l’attribuzione “dall’alto” di diritti a soggetti individuali o a categorie sociali non operi più sulla base di un riconoscimento del valore della persona e della sua dignità nel creato, ma piuttosto perché alle esigenze di una tecno-economia dominante serve, in un certo momento storico e per la realizzazione di obiettivi egemonici o di mercato, conferire tali diritti. Mi sembra, per esempio, che l’ampia discussione attuale sull’attribuzione alle coppie omosessuali del diritto di contrarre matrimonio, non sia autentico riconoscimento di un bisogno reale che tenga conto della profonda dignità di tali persone, quanto un passaggio giuridico funzionale al perseguimento di altri obiettivi egemonici che nulla hanno a che vedere con le stesse persone omosessuali. La persona è ormai solo un pretesto.

Il significato delle parole
Del resto, l’incredibile accelerazione del tempo e dello spazio determinati dalla rete globale e dalla tecno-economia dei mercati finanziari sembra diretta a un superamento del concetto e della realtà di persona umana come siamo abituati a concepirla: l’uomo, infatti, tenuto conto dell’età, delle sue condizioni soggettive, sociali, culturali, etniche eccetera, ha bisogno di un “certo” tempo fisiologico e di un “certo” spazio per poter crescere e svilupparsi armonicamente col proprio esserci nel mondo. Si arriverà al punto, osservano certi analisti, che il processo tecnologico sarà talmente rapido da non poter essere più compreso da un cervello umano non incrementato. E ciò segnerà, secondo alcuni, l’inizio del superamento dell’io biologico e dell’avvento di quella che il noto informatico Raymond Kurzweil ha definito l’“epoca della singolarità”. Siamo cioè in un’epoca trans-umanista, postnaturale, che vede nell’uomo, nella persona umana, qualcosa che deve essere ormai superato (…).

In altri termini, dietro alle problematiche dei diritti moderni vi sono le più diverse concezioni della realtà stessa e anche, quindi, le più disparate declinazioni del potere dell’uomo (…). Mi pare, poi, che anche il linguaggio giuridico, ormai privo di riferimenti oggettivi, stia subendo quell’offensiva destrutturante cui è attualmente sottoposto il linguaggio comune.

In un interessante articolo, pubblicato sulla rivista Ragionpolitica e riguardante il cosiddetto “caso P4”, il giornalista Francesco Natale dedica la parte introduttiva del suo intervento al rapporto tra linguaggio e potere. «Chi si impadronisce del significato delle parole», osserva richiamandosi esplicitamente al pensiero gramsciano, «detiene il vero potere… La destrutturazione linguistica si attua in due modi, nella scissione tra cosa e significato (tra res e logos) e, secondariamente, come conseguenza, nella degenerazione e distorsione dell’apparato concettuale e critico, sino ad arrivare alla destrutturazione culturale dell’individuo e della società stessa, determinando quella che Leon Festinger definiva la “dissonanza cognitiva”, in conseguenza della quale il soggetto finisce per adeguare il proprio comportamento all’avvenuto mutamento linguistico, onde evitare, appunto, di permanere in uno stato di “dissonanza”».

La destituzione del visibile
Ed è agevole constatare come una cultura dominante, anche nel nostro paese, stia ormai usando eufemismi lessicali per dissolvere o modificare parole denotative di concetti e di esperienze indispensabili per la vita dell’uomo, perché espressive di valori primordiali. E spesso una destrutturazione linguistica avviene associando a tali parole connotazioni negative, avvalendosi anche dello strumento normativo: si pensi, come esempio, alla parola “politica”, oggi spesso percepita dal cittadino in senso deteriore perché associata al furto, al malcostume, a interessi privati di alcuni dei suoi esponenti. Tanto da generare un concetto di “anti-politica”, cui aggregare nuovi consensi e prospettive di potere. O alla parola “amicizia”, che fuori da certi ambiti culturalmente condivisi può diventare sospetta di interesse al malaffare; alla carità, che «se non contabilizzata in un trasparente bilancio», può essere indice di corruzione. E, così via, sino a influenzare, modificandoli rispetto al loro significato originario, come già detto, i termini fondativi di famiglia, padre, madre, moglie, marito, figlio eccetera, troppo evocativi di un mondo e di una cultura che non si vuole più interferente con una concezione dell’uomo come “creatore” e, al tempo stesso, ormai “prodotto” di se stesso.

Le logiche della nuova tecno-economia dominante esigono un “uomo-bios”, disarticolato da ogni appartenenza che può ancora offrire riparo e opposizione a un processo di reificazione dell’umano. Ma, ancora più in profondità, si scorgono i tentacoli di un potere fondato sulla sola volontà di potenza dell’uomo, che intende orientare il proprio dominio, ormai, non solo sulla natura delle cose, ma anche sull’identità dell’uomo stesso, sulla sua struttura pensante e relazionale. È una «decostruzione della metafisica della presenza». Tale destrutturazione in atto è voluta, perseguita scientemente dal potere dominante, non è un processo escatologico, non è un «a-venire del diverso metafisico», come sosterrebbe J. Derrida, ma, diversamente, è orientata alla distruzione dello stesso concetto di “presenza”, dell’avvenire delle cose presenti e del loro punto sorgivo. E l’oggetto di tale destrutturazione, l’abbiamo visto, è ciò che in qualche modo può costituire segno di un’alterità, di un’appartenenza ad altro: la diversità sessuale, la genitorialità, l’amicizia, l’amore, la carità, la stessa vita nascente e la morte. Un’eco di questi concetti, scrive sempre don Giussani nel già citato testo, L’uomo e il suo destino, «si può ritrovare in un’affermazione di Hannah Arendt: “L’ideologia non è l’ingenua accettazione del visibile ma la sua intelligente destituzione”. L’ideologia è la distruzione del visibile, l’eliminazione del visibile come senso delle cose che avvengono, lo svuotamento di ciò che si vede, si tocca, si percepisce. Così non si ha più rapporto con nulla» (…).

La regola del bios
Anche Irti denuncia ciò, nell’esperienza giuridica, con estrema chiarezza: «La tecno-economia… esige la “giuridificazione del bios”. Mentre il vecchio diritto civile accoglieva la vita come semplice durata tra il nascere e il morire, come una finitudine data ad esso e fuori di esso, oggi il diritto normativizza i due termini estremi, va oltre i confini, e si fa regola del bios. La scoperta del corpo umano come prodotto, cioè come cosa programmabile e manipolabile dalla tecnica, si colloca al centro del diritto civile. La lotta si sta svolgendo. Immani le potenze in campo: fedi religiose, pretese di felicità, rifiuto del dolore, miti del progresso tecnico».

E tale frammentazione, tale svuotamento, tale distanza dell’io dal senso ultimo della sua stessa corporeità e dal rapporto “significativo” con la realtà tutta hanno prodotto la proliferazione di nuove “pretese giuridiche soggettive”, di “nuovi diritti” da far valere davanti ai Tribunali, alle Corti internazionali, alla stessa legislazione degli Stati nazionali, sempre meno orientata alla ricerca del bene comune e neppure sostenuta, in questo, dal criterio della maggioranza del consenso dei cittadini, quanto piuttosto sollecitata da “lobbies”, spesso ormai transnazionali, detentrici del potere economico o di quello mass-mediatico. Il diritto post-moderno, insomma, distrutto ogni fondamento metafisico e staccato quindi da ogni fondamento di legittimazione superiore, sta diventando sempre più la tecno-normativa di un percorso di autofabbricazione dell’uomo secondo criteri immanenti alla sua volontà di potenza.

Foto giustizia da Shutterstock

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